Completi ciclista Moser: epopea di una leggenda del pedale
Quando ancora era impegnato in corsa, Francesco Moser era soprannominato lo “Sceriffo” per le sue doti di leadership e la sua capacità di gestire uomini ed eventi. Francesco Moser nasce a Palù di Giovo, in provincia di Trento, il 19 giugno del 1951. All’età di 13 anni, nel 1964, Francesco deve affrontare assieme ai suoi tanti fratelli la perdita del capofamiglia, una figura di riferimento e di vitale per importanza per sussistenza e la disciplina di casa Moser. Nel frattempo in famiglia, parallelamente al lavoro nei campi, cresce la passione per il ciclismo, una disciplina a cui prima di tutti ha deciso di dedicarsi il primogenito Aldo.
Professionista dal 1954, due volte in maglia rosa al Giro d’Italia 1956 (quello della famosa tappa nella tormenta del monte Bondone), il più grande dei Moser fa presa a suon di racconti e risultati sui fratelli minori e, uno dopo l’altro, spinge all’agonismo Enzo, Diego e infine anche Francesco. Il giovane “Sceriffo” la riceve tardi, a 18 anni, ma l’impatto è subito positivo. Francesco infatti si rende conto che pedalare gli viene facile e che, in maniera ancora più sorprendente, gli viene facile vincere.
Nel 1973 quindi Francesco fa il suo esordio tra i grandi del pedale con la Filotex di Waldemaro Bartolozzi, formazione in cui curiosamente quell’anno si ritrova a pedalare al fianco di tre maestri d’eccezione: i fratelli Aldo (alla sua ultima stagione), Enzo e Diego. Anche grazie ai loro consigli e alla loro spinta, “Checco” rompe il ghiaccio col botto vincendo allo sprint la tappa di Firenze al Giro d’Italia di quell’anno. La previsione è corretta e viene confermata dai numerosi successi ottenuti nel 1974 (su tutti Giro del Piemonte e Parigi-Tours) e nel 1975, anno in cui Moser si laurea per la prima volta campione italiano trionfando a Pescara, sul circuito del Trofeo Matteotti.
Il 1975 è anche l’anno della prima e unica partecipazione di Francesco al Tour de France, manifestazione dove subito si toglie lo sfizio di bruciare il Cannibale nel prologo di Charleroi e indossare la prestigiosa maglia gialla. Dopo la Grande Boucle, Moser chiude una stagione superba con la prima affermazione della carriera in una classica monumento (il Giro di Lombardia), trionfo che lo porta di slancio ad affrontare un 1976 dove, oltre ai tanti primi posti e alle vittorie di peso al Giro d’Italia (sue le tappe di Varazze, Ostuni e Messina), fa man bassa di secondi posti. Sfoggiando la maglia arcobaleno, nel 1978 “Checco” vive la sua stagione più prolifica di sempre conquistando, in barba alla maledizione della maglia iridata, ben 40 vittorie.
Il numero è impressionante e certifica la continuità ad alto livello di un corridore le cui stimmate del campione sono già ben evidenti. La divisa che indossa quell’anno gli mette letteralmente le ali e contribuisce non poco nel dargli quelle energie extra per far man bassa di coppe e trofei. La stagione però non è tutta rose e fiori. Alle tante gioie, infatti, si alternano anche amari piazzamenti (terzo alla Liegi-Bastogne-Liegi e alla Gand-Wevelgem) e, in talune circostanze, anche sconfitte brucianti. Moser dunque fallisce la riconferma nella gara iridata e ci mette un po’ a digerire l’occasione sciupata.
Arriva dunque con grandi ambizioni al Giro d’Italia dove, pur vincendo tre tappe, alla fine si deve arrendere al rivale con cui ormai è stabilmente in lotta per il titolo di numero uno d’Italia: Giuseppe Saronni. Nei tre anni successivi, dal 1981 al 1983, il peso delle vittorie di “Checco” si affievolisce. I successi non mancano (nel complesso, sempre una ventina a stagione) ma il loro prestigio è decisamente inferiore a quello dei trionfi colti alla fine degli anni ’70.
Nel 1984, all’improvviso tutto cambia: spinto da qualità mai sopite e da un orgoglio che solo i fuoriclasse hanno, Moser vive il suo anno magico conquistando risultati memorabili uno in fila all’altro. Moser infatti, anche per dare una sferzata di novità al suo cammino nel mondo del ciclismo, mette nel mirino il Record dell’Ora detenuto da Eddy Merckx, un 49,431 km che il nativo di Palù di Giovo decide di provare a battere agli oltre 2.200 metri di altitudine di Città del Messico. Supportato da un’equipe altamente specializzata composta da personalità di spicco come il professore Dal Monte, Aldo Sassi, Francesco Conconi e Enrico Arcelli, Moser non trascura il benché minimo dettaglio e su una bici dal telaio aerodinamico (dotata di particolari ruote lenticolari) il 19 gennaio si lancia in un primo tentativo che subito, nonostante si tratti di semplice test su distanze parziali, si rivela vincente: 50,808 km.
Alla Corsa Rosa Moser realizza un vero e proprio capolavoro vincendo quattro tappe, difendendosi efficacemente in salita e facendo la differenza a cronometro, esercizio che nell’ultima decisiva frazione con arrivo gli consente di recuperare l’1’21” di ritardo in classifica generale da Laurent Fignon e vestirsi di rosa all’Arena di Verona. Tuttavia, pur consapevole del fatto che ripetere i fasti 1984 sia praticamente impossibile, Moser non si ritira. Le sue qualità di cronoman e le sue abilità sul passo gli consentono nel 1986 e nel 1987 di ritoccare il già ricchissimo palmares e arrotondare il numero di trionfi in carriera.
1987: prologo Giro del Mediterraneo, Europa G.P. A volte ci sono coincidenze che smuovono ricordi e mi portano indietro nel tempo a quando, come responsabile per il triveneto della società farmaceutica Also-Enervit, ora Enervit SpA, dovetti essere a disposizione dell’Equipe Enervit nella tappa conclusiva del Giro d’Italia Verona-Soave a cronometro che determinò la vittoria di Francesco Moser nel 1984. Sono ricordi molto lontani, specie da quando sono uscito dal mondo lavorativo per seguire solamente la mia passione che è oggi la scrittura. Francesco ha sottolineato le difficoltà di quel ciclismo dicendo: “Chi voleva correre in bicicletta si doveva arrangiare, e doveva avere una sua bicicletta, non c’era, come ora, una squadra che la procurava; se non avevi una tua bicicletta niente ciclismo. Chiedo a Moser quali sono state le vittorie che gli hanno dato maggiore soddisfazione e quali le corse che hanno presentato difficoltà impreviste che gli hanno impedito la vittoria; mi risponde sottolineando che considera un po’ al di sopra delle altre le tre vittorie alla Roubaix, per il percorso impegnativo e gli avversari di altissimo livello, e soprattutto il Giro d’Italia, frutto di maggiore fatica proprio per la caratteristica di corsa a tappe con la necessità di dosare le forze e la tattica su un periodo non di un solo giorno ma di due settimane. Poche parole ha riservato Francesco Moser agli avversari, naturalmente al fortissimo Eddy Mercks, il più ostico degli avversari, e alla rivalità, soprattutto coltivata dai giornali, con Giuseppe Saronni, vincitore di due Giri d’Italia.
La cicli Francesco Moser nasce nel 1979 con lo scopo di sviluppare una bicicletta high tech che migliorasse le performance di quelle esistenti. L’azienda creò e lancio sul mercato prodotti innovativi come i telai Leader (1984) e la bici del record dell’ora da cui sono derivate le biciclette da cronometro di quegli anni. La produzione delle bici Moser affronta diverse fasi: le bici riadesivate (77 - 79); le bici realizzate dai terzisti (79 - 84); l’inizio della produzione (84 - 00). L’azienda viene poi venduta nel 2000. Purtroppo sulla produzione di biciclette ci sono poche informazioni ed è per questo che è molto difficile riconoscere o datare una bicicletta. Inoltre l’assenza del numero di serie sul telaio non facilita certo il compito.
Questo mosaico di successi e sogni tecnici racconta una pagina fondamentale della storia del ciclismo moderno: Moser non è solo un campione delle tappe e delle cronometro, ma anche un pioniere di una visione high tech della bicicletta che avrebbe guidato l’industria per decenni.

