Ciclista Spennacchi Gregario di Bartali: ruoli, leggende e momenti chiave
Questo articolo esplora la figura del gregario nel contesto della leggenda Gino Bartali, evidenziando come il ruolo di gregario sia stato fondamentale per le imprese del grande ciclista toscano e come la storia del ciclismo italiano sia intrecciata con figure di supporto altrettanto decisive.
Il ruolo del gregario nella squadra Legnano e oltre
La Legnano aveva costruito un’ottima squadra, e infatti Bini, Mario Ricci e Renzo Zanazzi vinsero ciascuno una tappa. Aldo Bini (nella foto) arrivò 23° a 1 ora e 32 minuti di ritardo. Nato a Montemurlo nel 1915, era un rivale di Ginettaccio quando correvano tra i dilettanti. E Bini vinceva eccome, grazie al talento più che all’allenamento (punto forte, invece, di Bartali). Il fatto che sia stato uno specialista nelle corse di un giorno si capisce dall’albo d’oro: due giri di Lombardia (1937), tre giri del Piemonte, un giro dell’Emilia, una Milano-Torino, una Coppa Bernocchi. Il tutto condito da cinque tappe al Giro d’Italia.
Renzo Zanazzi, terzo al Giro del 1946, era un passista pronto e affidabile: nacque nel 1924 a Gazzuolo e vinse tre tappe al Giro d’Italia, oltre a corsa minori in Svizzera. Anche lui fu gregario leale, con il fratello Valeriano Zanazzi che lo aiutò in diverse tappe e che terminò il Giro del 1946 al penultimo posto. Renzo non si staccava in salita, come aveva dimostrato nelle categorie giovanili; fu un supporto chiave per mantenere Bartali nelle posizioni di vertice all’inizio delle rampe e nei lunghi tratti di pianura.
Valeriano Zanazzi, ventenne all’epoca, svolse un lavoro umile all’inizio delle tappe, aiutando il fratello a proteggere Bartali in posizioni di testa. Perché Bartali era un diesel: piantato all’inizio, un turbo alla fine. Angelo Brignole, Mario Ricci e Leopoldo Ricci si ritirarono dall’edizione; Brignole, nato a Borzonasca nel 1924, fu un gregario affidabile, soprattutto in salita, finendo sesto nel 1948 nella classifica finale del Giro.
Intrecci tra Bartali e Coppi: gregari, dilemmi e dedizione
Nel 1936 Bartali passò alla Legnano, guidata da Eberardo Pavesi, e fu protetto da Learco Guerra, che mise se stesso al servizio di Bartali per permettergli il successo. Poco dopo Bartali pensò seriamente di abbandonare la carriera dopo la morte del fratello Giulio. Nel 1937, ormai capitano della Legnano e numero uno del ciclismo italiano, Bartali vinse il secondo Giro d’Italia e fu designato capitano della Nazionale per tentare la conquista del Tour de France; fu però costretto al ritiro dopo una caduta e ferite. Tra settembre e ottobre si aggiudicò il Giro del Lazio e il Giro del Piemonte.
Nel 1938 fu spinto dal regime fascista a saltare il Giro d’Italia per preparare il Tour de France, dove trionfò vincendo anche due tappe e rifiutando il saluto romano durante la premiazione. L’anno successivo vinse la Milano-Sanremo, ma perse il Giro d’Italia a favore di Giovanni Valetti nonostante quattro tappe vinte. Il baricentro di Bartali restò la capacità di guidare i compagni, soprattutto Coppi, che dal 1938 al 1940 visse al fianco del capitano in ruoli di gregario e di atleta emergente.
La trasformazione di Bartali e l’epopea del Tour del 1948
Nel Tour de France del 1948 Bartali fu l’unico tra i big a rappresentare l’Italia, designato capitano nonostante la squadra non fosse eccezionale. Una fuga leggendaria sulle Alpi lo vide vincere Cannes-Briançon, superando Bobet e recuperando oltre venti minuti di svantaggio. Secondo molti, questa impresa contribuì a distogliere l’attenzione dall’attentato a Palmiro Togliatti, avvenuto poco prima. La gestione della squadra e l’astuzia di Bartali, anche grazie ai suoi gregari, alimentarono una leggenda che alimentò la narrativa del ciclismo italiano postbellico.
Nel 1950 Bartali vinse la Milano-Sanremo sotto la pioggia e la Milano-Sanremo fu ricordata per l’apporto cruciale dei gregari, tra cui Giannelli, che arrivò al traguardo insieme a Bartali e ricevette il premio destinato al team. Bartali spesso affidava grandi gesti ai suoi collaboratori: nel 1950, Giannelli ricevette 150 mila lire per completare la sua casa grazie al risultato alla Milano-Sanremo.
Il testimone di Bartali ai giorni nostri
La memoria di Bartali non si limita alle vittorie: è anche legata all’altruismo e al coraggio di portare avanti una causa più ampia. La sua figura di gregario e di atleta completo è stata celebrata da innumerevoli racconti, interviste e testimonianze, tra cui quella di Bruno Giannelli, unico gregario vivente di Bartali, che racconta come Bartali trattasse i gregari con rispetto, non chiedesse molto in cambio ma riconoscesse l’impegno di chi lo accompagnava lungo le tappe. Le gesta di Bartali, unite alla rivalità epica con Coppi, hanno modellato una visione della disciplina che va oltre la vittoria individuale, trasformando il ciclismo in una storia di squadra e di solidarietà.
Nel corso degli anni Bartali ricevette numerosi riconoscimenti postumi per il suo impegno durante la Seconda Guerra Mondiale, tra cui la medaglia d’oro al merito civile nel 2006 e l’onorificenza di Giusto tra le Nazioni nel 2013. Dal 2 maggio 2018 gli fu conferita anche la cittadinanza onoraria d’Israele. Il motto “Il bene si fa, ma non si dice” accompagna la memoria di Bartali, che rimane una delle figure più influenti non solo nel ciclismo, ma nella storia italiana ed europea del secolo scorso.

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