Uccio Salucci e Marc Marquez: la risalita di una leggenda nel mondo delle due ruote
Due pole position, due successi nelle Sprint e due vittorie nei gran premi domenicali: il 2025 di Marc Marquez è iniziato nel migliore dei modi, con un tempo di adattamento zero al team ufficiale della Ducati. E con queste vittorie Marc Marquez sta risalendo nella classifica di tutti i tempi, con 64 successi nella classe regina e un totale di 90 nel Motomondiale, agguantando così una leggenda come Angel Nieto.
Davanti al pilota della Ducati nei libri di storia ci sono ora solamente Valentino Rossi a quota 115 e Giacomo Agostini a 122. Interpellato dagli spagnoli di As, Alessio ‘Uccio’ Salucci, numero uno al muretto del team VR46 e storico braccio destro di Rossi, ha così commentato i recenti trionfi di Marquez: «Bravo a lui, è vero che ora il suo obiettivo sono le 115 vittorie di Vale. Marquez è molto forte, ha una moto e un team fantastici. Sì, tempi indietro. Ho visto anche in un'altra intervista che questa struttura che avete creato è frutto di tutta la tua esperienza.»
«Esatto, tutto pensato per far sì che la gente lavori meglio. Praticamente, negli anni con Vale, strutture di questo livello ancora non esistevano. Si era tutti un po' sparsi: c'era quello della comunicazione lontano, si usavano i telefoni per cercarsi. Quando abbiamo deciso di fare il team, a me piaceva che ci fosse una struttura dove tutti eravamo vicini, dove potevamo cercare chiunque in maniera veloce. Questo modifica e migliora la modalità di lavoro: avere i piloti vicino con i loro uffici ben strutturati, avere una sala riunioni, perché prima si facevano le riunioni nel box, in dieci, in venti, ed è brutto farle nel box. Con questa struttura è tutto meglio.»
«Sì, assolutamente. Non ci piaceva, non sono solo io, siamo un gruppo. Io sono quello che rompe più le scatole, quello con il vulcano sempre in piena che dice le cose, che svuota il sacco. Poi a volte mi dicono 'no, così non si può fare', altre volte mi ascoltano e si va avanti insieme. Il buffet non mi piaceva, soprattutto per i meccanici, per chi lavora dodici ore al giorno e ha mezz'ora, quaranta minuti di pausa per mangiare: arrivavano, c'era la pasta scotta, e non mi piaceva. Ho chiesto al nostro chef, Michelone, di fare la carta, come al ristorante, due primi, due secondi, in modo che quando arrivavano i meccanici fosse tutto pronto. E poi anche per i nostri partner, gente che investe un sacco di soldi: se arrivi e mangi male non va bene. Non tutti quelli che vengono all'hospitality sono tifosi, molti vengono perché invitati dai partner, e allora cosa ti rimane quando torni a casa? Deve rimanerti qualcosa di buono del weekend.»
«Quando dovete scegliere i piloti, come funziona? Guarda, scegliamo insieme, capiamo cosa abbiamo sul piatto e facciamo le nostre valutazioni. Avevo pensato a un gioco: ricordare un aneddoto per ogni mondiale vinto da Valentino, anno per anno. Il '97 me lo ricordo bene, non ci sembrava vero, il mondiale vinto, noi fino a due anni prima guardavamo gli altri alla tv, erano idoli per noi... Poi ha vinto il mondiale ed è stata una giornata bellissima.»
«La 250 me la ricordo, un anno strepitoso: al Paul Ricard a Vale era scesa la catena all'ultimo giro, e Ukawa aveva vinto. Eravamo andati a meno 60 punti, una roba, e da lì abbiamo detto: questo mondiale dobbiamo portarlo a casa, non ce lo meritiamo di perderlo così. Vale si era messo giù e avevamo vinto quattro, cinque gare di fila. Honda voleva Vale a tutti i costi con una moto ufficiale, ma i due piloti factory - Crivillé e Okada avevano già il contratto.»
«Allora Honda si inventò una moto factory ufficiale, uguale alle due, appoggiata sul team con cui correvamo nel 2000, dove eravamo da soli, senza compagno di squadra. A Vale piaceva così, e accettò subito, anche se aveva offerte da tutte le altre factory. La scelta era restare lì, con la moto appoggiata tra virgolette, o andare via. Sì mi ricordo questo aneddoto: Suzuka. Andammo al test il lunedì dopo le 8 Ore di Suzuka, nel 2001, e provammo la MotoGP per la prima volta.»
«C'era una grandissima aspettativa, era un investimento importante per Honda. Vale fece un paio di giri, scese e disse: 'sgomma' - che in romagnolo vuol dire che la moto scivola, patina, slitta, 'sgomma in uscita dai box!, questa moto fa cagare, non ha grip!' I giapponesi restarono un po' così, volevano fare harakiri! Sì, da lì iniziò un po' la rottura tra noi e Honda. Noi eravamo molto friendly, vincevamo sempre e io ero spesso presente nel box: quando vincevamo sembrava una cosa normale, o una cosa che a qualcuno dava fastidio. Da lì nacquero i 'lavori forzati': anche se vinciamo, siamo comunque ai lavori forzati.»
«È stato un anno che non ci aspettavamo. Mi ricordo quando Vale scese dalla moto la prima volta che la provò, in Malesia, a gennaio-febbraio 2004, e mi disse: 'Si può fare!'. E poi disse agli ingegneri: 'la moto funziona bene, ha poca connessione col gas, ma se me ne date di più ci possiamo divertire'. In Sudafrica l'obiettivo era uno, provare a fare la storia, a vincere subito con la Yamaha. Le sue gare più famose: Sudafrica 2004, Laguna Seca 2008, Barcellona 2009.»
«Laguna Seca 2008 è stata forse una delle più significative. Eravamo a un bivio: se vincevamo potevamo giocarci il mondiale, se prendevamo paga da Stoner il mondiale sarebbe andato nelle sue mani, anche se eravamo ancora a metà stagione. Mi ricordo che lo avevo stressato parecchio in macchina, gli avevo detto che bisognava disturbare Stoner, rompergli il ritmo, perché se prendeva il suo ritmo era imprendibile.»
«Nel 2008, primo anno con le Bridgestone, all'inizio non andavamo forte, eravamo quinti, quarti. Poi a Shanghai, Jeremy Burgess allungò il forcellone, trovammo finalmente un po' di feeling, e da lì in poi abbiamo vinto una serie di gare. Nel 2009 avete vinto sei gare, meno degli altri anni... È l'anno in cui ne ha vinte meno, ma ha comunque fatto più di 300 punti - è l'unico ad aver vinto tutti i mondiali con più di 300 punti.»
«In griglia, proprio prima della partenza. Mi chiedeva le gomme degli altri, e poi basta. Di solito gli dicevo sempre: 'divertiamoci'. Mi rispondeva: 'sì, facile per te che adesso stai nel box, io devo partire'. Ma mi sembrava la cosa giusta da dire. Dopo aver assistito l'amico Rossi durante la sua lunga carriera, Alessio 'Uccio' Salucci ha proseguito la sua attività come team director Mooney VR46: «Io e Vale abbiamo cominciato a frequentarci nei passeggini, è stato difficile non averlo più al box, ma sul piano lavorativo mi sono sentito realizzato - racconta a Sky.»
«Dopo una quarantina d’anni è finalmente uscito dall’ombra di quel vento veloce che lo ha accompagnato praticamente per tutta la sua vita. Una vita scelta per amicizia, affinità, passione comune, con naturalezza, d’istinto. Insieme fin dall’asilo (oggi scuola materna), poi alle medie, all’oratorio, alle garette da bambini, a quelle più serie, all’Europeo, al Mondiale in 125, 250, 500 e MotoGP, più avanti anche fuori dalle gare, nelle iniziative che la grande ombra, crescendo, diventando uomo, maturando, prendeva al di fuori delle corse, anche se alle corse naturalmente legate. Insomma avrete capito di chi stiamo parlando: sì, proprio di Alessio»
«Che dire, non si può che considerare molto positivamente il lavoro che tutta la squadra ha fatto e i risultati ottenuti. Quindi, secondo me, un’intervista Uccio se la meritava: dopo tanti anni passati a essere considerato da molti 'l’amico di Valentino Rossi' e niente di più, ha dimostrato di non essere stato un nullafacente fortunato, ma soprattutto di essere uno che negli oltre 20 anni di corse ha imparato tanto e bene.»
«Intanto scusa se ci siamo sentiti in ritardo, ma ero andato a comprare il vestito per il matrimonio di Marini che sarà proprio oggi pomeriggio. Sì, sono felice. Ho una moglie che è la ragazza che ho da 15 anni, siamo sposati da 4 e abbiamo una bimba che ne ha 11. Tutto perfetto, credo che la stabilità affettiva sia importantissima, che ci voglia quando sei sempre in giro per il mondo come me. Ti dà equilibrio, ti consente di andare alle gare con tranquillità, concentrato su quello che devi fare e quando sono là penso a casa e mi rilasso pensando alla mia famiglia.»
«Tu e Valentino quando vi siete conosciuti? Credo che avessimo uno o due anni. Mio padre e Graziano si conoscevano e quindi abbiamo cominciato a frequentarci nei passeggini. Poi Tavullia non è grande e ha un solo asilo, quindi essendo nati nello stesso anno siamo andati nell’unico asilo che c’era. Ci vedevamo moltissimo, spesso io ero a casa sua o lui a casa mia.»
«Le cose poi possono cambiare senza che te ne rendi conto. Noi venivamo da un paese, con l’aumentare della popolarità era facile cambiare un po’ strada, vai nelle grandi città, ti devi spostare a Milano, a Roma… Conosci un sacco di gente, anche famosa e sei un po’ attirato. Noi però abbiamo capito sempre che il nostro obiettivo era di tornare a casa, di tornare con i nostri amici, che la nostra vita era in giro, ma casa era Tavullia.»
«La storia di Londra la dice lunga. Senza entrare nel merito della questione, però allora era legale che uno straniero prendesse la residenza in Inghilterra e pagasse le tasse soltanto sul reddito fatto là. Il resto non veniva tassato. Come hai vissuto quel ruolo tra di voi? Se ci ripenso adesso devo dire che allora avevo 19 anni e mi rompevano le scatole persone più adulte di me e non la prendevo bene, mi dava fastidio. Poi però crescendo, già a 23-24 anni mi sono chiesto se facevo qualcosa di male e mi sono risposto che invece facevo soltanto onestamente il mio per Vale e per questo sport.»
«Quindi riuscivo a ragionare con la mia testa e ho continuato a fare il mio lavoro guidando il motorhome di Vale, tenendogli a posto tutto, aiutandolo con gli appuntamenti in pista e a casa, dandogli anche qualche consiglio. Mi divertivo. Parlandoci chiaro: gli 'Uccio' c’erano anche prima di me. C’era 'l’Uccio' di Biaggi, quello di Schwantz, di molti piloti. Essendo io con Valentino sono diventato più famoso.»
«Mi stava sui maroni che molti dicessero: 'parassita, leccac...o di Vale' invece gli altri erano l’assistente. Perché non potevo esserlo anch’io? Che io sia una persona fortunata l’ho sempre capito fin dalla tenera età, da ragazzo e questo è stato un mio punto di forza. Però se una volta arrivati alle gare io non avessi lavorato bene, non avessi fatto le cose come dovevo sarei rimasto.»
«All’inizio, quando capivamo qualcosa, avevamo sei-sette anni, Graziano aveva già smesso di correre in moto, correva in auto e noi andavamo spesso a casa sua, era bella e con tanto spazio. Sapevamo che Graziano era un ex pilota di moto, ma là allora si respirava più aria di macchine, vedevamo delle auto. Il 'Grazia' ci portava a fare i test con lui, ricordo che siamo stati a Misano, a Vallelunga e andavamo in macchina con lui.»
«Sì, tipo 5 o 6 Rally di Monza, Abu Dhabi con Luca Marini e Vale e abbiamo vinto. Quando vivi insieme certe emozioni, belle o brutte, per così tanti anni insieme ti unisci per forza. Molte volte alle gare dicevo: 'Guarda, qui secondo me abbiamo sbagliato, sarebbe stato meglio fare così' e la volta dopo vedevo dalla tv che lo faceva. Queste sono cose che ti danno forza e sicurezza, l’hanno data sia a me che a lui.»
«Mi legava molto vedere che spesso mi ascoltava. Fuori dai GP mi ricordo che appoggiavamo le valigie nelle nostre case e dopo due minuti ci sentivamo già per telefono. Certo, mio padre e Flavia Frattesi hanno avuto il loro peso perché a Vale avere intorno a sé la gente di Tavullia anche alle gare lo faceva sentire più sereno. Le gag, le scenette, sono sempre state delle cose sceme, ma non del tutto. Aiutavano Vale a rilassarsi, perché ricordiamoci che era molto giovane quando cominciava a vincere i primi Mondiali.»
«Era una situazione tosta, soprattutto nei primi anni della 500 e della MotoGP, quando lui era già una superstar, ma aveva soltanto 22-23 anni e riportare anche nei circuiti l’atmosfera di Tavullia, la serenità di casa lo faceva stare bene. Mi chiedeva sempre prima di andare a dormire se le scenette erano preparate, se ognuno sapesse quale fosse il suo posto, se fossero arrivate le magliette commemorative… E io gli dicevo di stare tranquillo, di andare a dormire che l’indomani ci saremmo giocati il Mondiale. Le scenette sono cambiate col passare degli anni e la maturità che arrivava con il tempo.»
«Certo, dalla bambola gonfiabile del Mugello ai birilli, è normale e importante perché prendersi in giro, giocare quando hai trent’anni è diverso da quando lo fai a 17. Direi 70% contro 30%. Il 30% di ragionamento, ragionamento poco. Mi ricordo che facevamo sempre una riunione tutti insieme al Fan Club per studiare le gag. Le idee erano sempre di mio babbo o di Flavio Frattesi, eravamo preoccupati perché erano veramente due scemi e allora abbiamo deciso che fosse meglio vederci per parlarne, per farci spiegare cosa volevano fare, in pratica eravamo noi piccoli a dover tenere a bada i grandi… Pensa te. In quelle riunioni ci presentavano le gag e non erano ragionate. Erano sempre una peggiore dell’altra.»
«Sì una R1 di adesso, ma neanche… Quella volta non ci trovavamo più bene e abbiamo deciso di andare via, ma molto di petto. Per come eravamo noi, giocosi, espansivi, allegri non ci sentivamo a nostro agio e siamo andati via. Ne abbiamo parlato proprio poco tempo fa in vacanza, quando abbiamo passato qualche giorno insieme. È vero, ma è anche vero il 'Pensa se non ci avessimo provato' detto dopo.»
«Io in quel momento ho spinto come una bestia per andare alla Yamaha, perché sapevo che se Vale non si fosse divertito più, poi sarebbero venuti fuori dei grossi problemi. Nel senso che come in Sudafrica che abbiamo perso contro Ukawa, iniziavamo a non avere più il giusto feeling, la concentrazione, l’approccio giusto e se arrivi alle gare così anche se sei il più forte gli altri ti battono, stavamo prendendo quella strada lì: andavamo più piano e non avevamo più quella grande voglia di andare alle gare. Quindi era ora di cambiare aria e devo dire che Davide Brivio, insieme a Lin Jarvis e Furuzawua, hanno fatto un’opera di convincimento perfetta, ma non insistente, direi elegante e poi è andata bene. Fortunatamente abbiamo avuto ragione a cambiare aria.»
«Ma mi ricordo la prima volta che abbiamo visto la Yamaha da vicino nella notte di Donington nel 2003 quando ci avevano lasciato la porta del box aperta a mezzanotte e io e Vale eravamo partiti dal motorhome tipo due agenti segreti: felpe nere, attenzione. Quando abbiamo aperto la porta dentro c’erano tutti i boss della Yamaha. Davide, Nakashima e c’era la moto di Checa.»
«Quando siamo entrati nel motorhome mi ha detto: 'Ca..o Uccio, mi sembra indietro di 10 anni rispetto alla nostra', io gli ho detto che quello non faceva differenza, faceva la differenza tutto il resto e che la moto sarebbe cresciuta in fretta con gente come lui, Brivio e Furuzawa. Ho mantenuto la mia posizione anche perché oramai…»
«Quando ripenso a queste cose, perché ogni tanto mi ricapita, penso che noi eravamo giovani Oh! La Honda allora ci aveva vietato di provare la moto prima dell’inizio del 2004. Gli altri però giravano, a Jerez, in Malesia e noi eravamo a casa a vedere Biaggi, che era passato alla Honda e gli altri che facevano tempi velocissimi, record… E noi a Tavullia che sapevamo che era una moto poco competitiva e non potevamo girare. Novembre e dicembre 2003 sono stati veramente due mesi di m…..»
«In Malesia, poi, quando finalmente l’abbiamo provata nel box c’erano 50 persone, un sacco di ingegneri. Vale ha fatto i primi 5 o 6 giri e quando è rientrato nel box, si è seduto e ancora con il casco in testa mi ha guardato e mi ha detto 'oh, si può fare'. C’era un sacco di gente, telecamere, giapponesi e io mi sono emozionato e ho pensato che avremmo potuto divertirci davvero, ho ancora la pelle d’oca. Devo dire che la Yamaha è stato non di parola, di più: praticamente nel 2004 hanno fatto la moto del 2005, era un aereo probabilmente al livello della Honda se non addirittura meglio.»
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«Furuzawa aveva preso due motoristi della Toyota come ci aveva detto Brivio. Avevano mantenuto tutto quello che ci avevano detto che avrebbero fatto. Ogni volta che ci sono dei test io passo davanti al loro box e butto un’occhiata e vedo per terra quattro o cinque telai, quattro o cinque forcelloni, danno l’idea di brancolare nel buio. Secondo me loro hanno, anche giustamente, seguito le indicazioni di Marquez. Ma adesso Marc è in difficoltà e se non la guida neanche più lui, pensa gli altri. Secondo me Marquez è stato anche molto egoista, nel senso che quando capiva che una cosa avrebbe potuto agliuta anche gli altri piloti Honda, lui la bocciava, tanto lui la guidava. Questo è la mia opinione, ecco.»
«Non è paragonabile la cosa. Biaggi mi è stato antipatico, ma nelle cose belle, anche quando ci ha dato la paga, perché ce l’ha data un bel po’ di volte, ma adesso ricordo tutto con simpatia perché è un cagnaccio, come Vale, uno che vuole vincere, a parte qualche sportellata, sempre in maniera corretta. Una cosa che mi ha sempre colpito di Vale è la sua capacità di essere sempre, a parte qualche rarissima occasione, a proprio agio in qualsiasi occasione. Con voi era più scanzonato, a cena all’hospitality un po’ meno, da Mattarella perfetto anche se con le scarpe da tennis sotto il frac.»
«Sì, lui quando andava alle gare cambiava mood: era sempre scherzoso, però perfezionista, uno che ha sempre cercato il pelo in ogni questione. Sì, assolutamente. Anche l’età conta. Conosci così bene la moto che sai, percepisci, quando non è a posto e magari non spingi al massimo. Questa cosa sicuramente non l’ha aiutato. Poi con la MotoGP di oggi è difficile. Nel 2004 con la Yamaha che non vinceva da 12 anni, dai tempi di Rainey e che l’anno prima sembrava un cancello abbiamo vinto. Poi nel 2015/16/17, quando la Yamaha iniziava ad avere problemi sempre più evidenti, lui si focalizzava troppo su questi aspetti negativi.»
«Nel 2004 non l’ha fatto, dopo sì, però è una cosa naturale della vita: conosci il mezzo, sei grande magari, non hai più voglia di prenderti quel rischio che prendevi prima. Magari ha pensato un po’ troppo alla parte tecnica, ma andare forte con quella moto lì era molto difficile. Cambiamo discorso. Parliamo dell’Academy VR46. È iniziata con Marco Simoncelli nel 2006-2007 condividendo la palestra a Pesaro e l’allenatore Carlo Casabianca. Poi è cresciuta moltissimo, diventando una delle migliori strutture del mondo, l’unica alternativa - per ora - al sistema spagnolo che è molto più grande, ha sponsor importantissimi da sempre, campionati, squadre e Dorna.»
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«Che sia una delle migliori strutture del mondo non lo so, lo dici tu, penso di sì, ma non sono cosi presuntuoso da affermarlo. Ho guardato molto in giro e in effetti nello sport non credo esista qualcosa come l’Academy. C’era anni fa qualcosa di simile per i Rally, ma poi è finita. Con l’Academy è andata che prima sono arrivati i piloti e poi è nata la struttura. Da come è partita abbiamo subito capito che c’era del potenziale. I piloti venivano volentieri e così un giorno Vale ci ha chiamati in barca, mi ricordo e ci ha detto di avere un’idea. Era l’estate del 2013, e ci ha detto che voleva aiutare quei ragazzi in maniera più professionale, vorrei fondare la mia Academy.»
«Quello che fa su una moto è sempre impressionante. Salucci ha poi parlato di Valentino Rossi, passato alle quattro ruote. Una cosa è certa: dovrebbe partecipare meno alle gare automobilistiche. Ha lasciato la MotoGP per avere una vita più tranquilla e, da quando ha iniziato a correre sulle quattro ruote, non ha più un fine settimana tutto per sé. Penso che si concentrerà su un campionato, il che gli darà l’opportunità di essere un po’ più vicino ai piloti dell'Academy.»
La discussione prosegue con aggiornamenti su Motomondiale, SBK e l’impegno dell’Academy VR46, ponendo l’accento sull’evoluzione di Marc Marquez all’interno di una squadra che ha radici molto forti nel contesto italiano e mondiale della MotoGP, e sulla figura di Alessio Salucci come simbolo di una comunità che va oltre il singolo pilota.
