Il Protrettico di Clemente Alessandrino: riassunto analisi e funzione apologetica nel confronto tra Cristianesimo e filosofia antica
Il Protrettico di Clemente Alessandrino, ovvero l’Esortazione ai Greci (Προτρεπτικός προς Έλληνας), si collega alle prime opere apologetiche dell’era cristiana. È verso la fine del trattato che Clemente spiega le ragioni che lo hanno condotto a scrivere il Protrettico: «A che cosa dunque ti esorto? A salvarti io ti spingo. Questo vuole Cristo: in una parola, egli ti ha fatto dono della vita. E chi è lui? Apprendilo in breve: Verbo di verità, Verbo di incorruttibilità, colui che rigenera l’uomo, riconducendolo alla verità; lo stimolo della salvezza, colui che scaccia la corruzione, colui che espelle la morte, colui che costruì negli uomini il suo tempio per collocare negli uomini Dio».
Gli adoratori delle divinità pagane dovrebbero, dunque, secondo Clemente, orientarsi verso la vera religione, cioè l’insegnamento del Logos divino, che dopo essere stato annunciato dai profeti, è apparso in Cristo. Il genere letterario dell’opera, ovvero l’esortazione (protreptikòs), mira ad ottenere consenso e ad ispirare il desiderio di studiare la filosofia. Tra coloro che hanno composto testi di protreptikòs si possono ricordare Aristotele, Epicuro, Crisippo, Posidonio, etc. Anche l’Ortensio di Cicerone, che aveva preparato la conversione di sant’Agostino, appartiene al genere esortativo.
Cl Clemente non nacque cristiano. Egli è un Convertito; ci si può domandare che cosa lo abbia Spinto alla conversione - se, come per Giustino, la superiorità della morale evangelica, o, come per Taziano, la semplicità delle Sacre Scritture. Ogni ipotesi È destinata a rimaner tale, giacché Né egli Né altri ci ha lasciato alcun accenno che possa gettar luce su quel momento decisivo della sua vita. Ma c’è un'opera di Clemente che potrebbe avere un'importanza singolare al riguardo, se considerata nella tormentata umanità ch’è nascosta sotto la costruzione polemica e la trascinante foga della vittoriosa affermazione, più che negli elementi, e nei materiali, di cui la polemica È intessuta e su cui sorge l'edificio nuovo della fede.
Quest'opera, infatti, noi vogliamo parlare, com’è chiaro, del Protreptico - È un invito alla conversione: e ci si può legittimamente domandare se essa non sia, nella sua più intima essenza, il dramma di un'anima, e perciò, per noi, il documento di un'anima, che cerca Dio, e lo trova, attraverso esperienze interiori e crisi e dubbi e superamenti, nella conquistata fede di Cristo.
Il fatto che egli invita a non discutere nei riguardi del problema se si debba coltivare Dio o no, alla stessa guisa che si discute quando si tratta dei piccoli problemi della vita, non vuol dire che egli sia arrivato alla fede senz'averci pensato sopra e averne discusso a lungo con se stesso: tutt'altro. Il consiglio che dà agli uomini sembra essere l'epilogo della sua esperienza di convertito. La fede innata, che egli, facendosi consigliere agli uomini, invita a interrogare, come testimone attendibile, tratto dall'intimo essere di ciascuno, È la scoperta che egli ha fatto in se stesso, dopo il fallimento di ogni anteriore esperienza di pensiero e di dubbio.
Ragioni intellettuali, oltre che morali, si debbono cercare al fondo della sua conversione. Quella religione politeistica, contro la quale Clemente appunta le armi dell'ironia e dello scherno, È stata anche la sua religione; quelle pratiche dei misteri, nelle quali egli si indugia con particolare insistenza, per metterne in luce i ripugnanti particolari, sono state - tuttavia - i mezzi coi quali egli stesso ha cercato, inutilmente, la sua unione con la divinità. Quella filosofia pagana, la naturalistica, e l'altra, più vera, di Socrate e di Platone, di cui rivela, per la prima, l'errore fondamentale, per l'altra, l'insufficienza, sono state le tappe attraverso le quali egli stesso È passato nel suo graduale perfezionamento, fino al raggiungimento della suprema verità.
Quelle obiezioni che egli si muove e quelle resistenze - come quella della consuetudine, contro la quale combatte lungamente - che egli polemicamente si pone innanzi, sono quelle stesse che egli ha trovato nel suo spirito, lungo il cammino verso la verità, e che ha, alla fine, superato e vinto egli stesso. Intesa così, quest'opera acquista un nuovo, particolare significato. Noi non conosciamo la data della conversione, Né se il Protreptico sia stato scritto a poca distanza di tempo da essa; certo È che l'opera sembra portar viva l'eco di esperienze passate e recenti, ed essere piena ancora dell'ardore di lotte da poco sostenute.
La fiamma di un nuovo amore, nato in questa temperie di lotte e di vittoria, percorre e scalda quest'opera: quello stesso del Logos di Dio, del Signore "che compassiona, esorta, ammonisce, salva, custodisce", l'amore di chi, per dirla con Paolo, "non considera sua preda" la salvezza che egli ha raggiunto. Nessuna prova esterna vi È, che valga a precisare con sufficiente esattezza la cronologia del Protreptico; le stesse prove interne - se ve ne sono - non possono essere usate che con molta larghezza e in via di semplice ipotesi.
NÉ giova il confronto con gli scritti apologetici del tempo, anch'essi, del resto, non databili con precisione, dato il carattere di tale genere di scritti, che ripetono i medesimi motivi e temi ed esempi, senza che sia possibile precisare la natura dei rapporti e ricondurre ad un'unica fonte i tratti più o meno comuni a tali scritti. Rilevo nelle note un buon numero di confronti, taluni anche sintomatici, tra il Protreptico e, per esempio, l'Ottavio di Minucio Felice e altri scritti apologetici; ma È un terreno quanto mai sdrucciolevole, e il limitarsi a rilevarli, senza tentare di trarne conclusioni, non È soltanto, naturalmente, una misura di prudenza.
Una cronologia generalmente ammessa pone per il Protreptico come terminus ante quem il 202; io tenderei a portare indietro questa data, prendendo come termine di riferimento il 197, l'anno delle persecuzioni, di cui l'Apologetico di Tertulliano riflette tutta la ferocia e, d'altra parte, tutta la nobiltà generosa dei Cristiani, mentre nel Protreptico non v'È - o non v'È quasi alcun accenno a persecuzioni. Contentarsi bisogna di queste date, alquanto vaghe. In compenso potremo considerare con maggiore sicurezza le condizioni spirituali del tempo, e le condizioni della Chiesa, e la figura di Clemente, nel suo tempo.
Nel secondo secolo il Cristianesimo era diventato potente; non era più una minoranza debole e negletta, ma rappresentava una forza considerevole, che si imponeva all'attenzione di tutti. Si poteva disprezzare questa nuova religione, dar credito alle più strane dicerie sul suo conto, lanciarle le accuse più gravi, ma ignorarla e trascurarla non era più possibile. E affluivano proseliti ad essa, non solo dalle infime classi, quegli schiavi quelle donnette quei pezzenti sui quali si ferma lo scherno sprezzante di Celso, ma uomini delle classi colte si volgevano con interesse curioso a questa religione per conoscerne i segreti e il carattere, se non, come spesso accadeva, per combatterla o per farsene seguaci.
S'aprivano così al Cristianesimo nuove e imprevedute zone di diffusione e di conquista; la filosofia pagana, specialmente attraverso talune sue scuole, veniva a contatto della nuova religione, e ne studiava la sostanza di pensiero e il tormento dei problemi, ch'erano i suoi medesimi problemi. Il Cristianesimo, a questo contatto, veniva ad affinare le sue armi di persuasione e di propaganda, e a farsi, per dir cosi, filosofia; un problema nuovo veniva inevitabilmente a porsi, quello dei rapporti dell'antico col nuovo. Doveva buttarsi via tutto quello che proveniva dall'antico? o era possibile conciliare l'antico pensiero con la nuova religione? (È noto come risposero alla domanda parecchi pensatori cristiani, in particolar modo Clemente: non era da buttar via quello che di buono era nell'antica filosofia; scintille del Verbo erano balenate anche ai filosofi pagani; il Cristianesimo non era che il frutto maturo, il coronamento della filosofia pagana).
V'era presso i pagani un pubblico di fedeli, seguaci della religione per tradizione o per abitudine, e un pubblico più ristretto, di uomini di pensiero, educati alle scuole dei filosofi. NÉ diversamente presso i cristiani, accanto ai seguaci dalla fede schietta e ingenua, erano quelli che portavano con sé l'eredità insopprimibile del pensiero pagano assorbito nelle scuole dei filosofi, e particolarmente queste condizioni pare si trovassero ad Alessandria, dove il Didaskaleion di Clemente appare un vigoroso centro intellettuale; e v'erano anche delle zone grige di convertiti a metà, non ancora staccatisi interamente dalle vecchie abitudini e incapaci di farsi un'anima interamente nuova.
La lotta ingaggiata dal Cristianesimo doveva tener conto di questa diversità di esigenze, in relazione al diverso carattere degli avversari: e se le armi della polemica contro la concezione popolare degli dei, aguzzate cinque secoli prima da Platone e riprese dai Cinici, valevano per il pubblico più largo, non più erano buone - per esempio - per uomini che, come Celso, non consideravano dei le statue, ma solo "Theon anathemata", e non credevano ai miti e alle leggende popolari e poetiche. La religione dei misteri aveva trovato nel secondo secolo condizioni favorevoli di ripresa, e pareva appagare, non solo nelle classi popolari, ma anche negli uomini di pensiero, l'innato bisogno di elevazione verso il divino e di communione col dio.
La battaglia contro il politeismo e l'idolatria non poteva dirsi completamente vinta, a causa della persistenza di essi, che attraverso le varie forme dell'arte e le manifestazioni della vita religiosa, riempivano ancora ogni atto della vita dell'uomo comune, e dell'uomo che, anche senza essere un filosofo, si elevava sulla comune per educazione letteraria e abitudine di pensiero. La Chiesa doveva ancora lottare per la sua affermazione: occorreva vincere le ultime resistenze passive, rappresentate dalla tradizione; occorreva mostrare alle classi colte dei pagani, ai pensatori che alla conquista di Dio erano mossi con la stessa guida presa da Clemente - Platone -, la necessità di superare il punto raggiunto da questa guida, e indicare il mezzo che solo poteva dare la rivelazione di Dio: Cristo.
Nel secondo secolo, verso la fine, era cessata negli ambienti cristiani la preoccupazione derivante dalla credenza nella prossima fine del mondo, e appariva sempre più chiara la missione del Verbo filantropo: quella di dare a tutte le genti la luce della verità e il dono della salvezza. Il problema che si affacciava agli spiriti più nobili e alle menti più chiare era quello della conversione di tutta l'umanità: compito arduo e grande, per il quale occorreva la fede più ardua e più grande. In quest'ambiente, e mossa da questi bisogni e volta a questi scopi, nasceva l'opera che della conciliazione dell'antico col nuovo, intesa come superamento dell'antico nella conquista della vera scienza rivelata dal Cristianesimo, rappresenta il frutto più conscio, e che del senso di questa divina missione, illuminatrice e salvatrice, È tutta piena nel vasto Èmpito delle ispirate esortazioni - il Protreptico di Clemente Alessandrino.

Interessante sarebbe potere inserire il Protreptico nel contrasto vivo, delle polemiche che si agitavano in quel tempo tra i sostenitori dell'antica religione e i banditori della nuova. Purtroppo la nostra conoscenza degli scritti rappresentanti la "reazione pagana" dei primi secoli non È molto ricca, ma vi È un'opera pressoché contemporanea del Protreptico (pare sia stata composta verso il 178) la quale È molto significativa a tale proposito, perché illumina i rapporti e le posizioni del Cristianesimo e del paganesimo, in quel conflitto di credenze e di idee che invase nel secondo secolo anche il campo del pensiero; essa È il Discorso Vero di Celso.
Sebbene non si possa pensare a una diretta polemica di Clemente con Celso, il fatto stesso che il Discorso Vero esprime l'atteggiamento del pensiero pagano nei riguardi del Cristianesimo, e riassume le obiezioni e le reazioni che sorgevano nel campo pagano verso la nuova religione, e la difesa che esso opponeva agli attacchi del Cristianesimo - può servire a far riconoscere alcuni degli obiettivi polemici dello scrittore cristiano, che altrimenti non apparirebbero in questa luce.
È significativo intanto che alcune citazioni, da Eraclito e da Platone, ricorrano in tutti e due gli scrittori, in Celso e in Clemente: segno di quella utilizzazione che, a diverso fine, si faceva indifferentemente da pensatori pagani e da pensatori cristiani, della antica filosofia greca, se non di imprecisabili rapporti concreti tra i due scritti, in gran parte di ispirazione platonica - giova dire - tutti e due.
Sarebbe lungo analizzare i punti di incontro delle due opposte correnti. Molti degli atteggiamenti polemici s'indovinano facilmente anche senza poterne addurre le prove. Doveva essere - per esempio -, ed era, facile negli ambienti pagani confondere la religione del Cristianesimo con le religioni dei misteri (Eleusi, Mitra, eccetera), e prendere la figura di Cristo come quella di un impostore; orbene, il Protreptico di Clemente È concepito nella sua sostanza come contrapposizione del Cristianesimo - come religione che attua la comunione con Dio - alla religione dei misteri, che tale comunione si proponevano di attuare, ma che erano lontani dal realizzare.
In questa religione dei misteri Clemente non vede che impostura e opera di demoni, e a tipica figura di impostore prende il fondatore dei misteri, Orfeo; ma più grande della stessa leggenda di Orfeo egli considera la realtà di Cristo, confrontata sul fondamento della interpretazione allegorica dell'azione trascinatrice del primo. Il Discorso Vero di Celso contiene un passo in cui sono opposti a Cristo, come più degni degli onori divini, se non Eracle ed Asclepio, almeno Orfeo "che ebbe spirito pio e morì anche lui di morte violenta " (e Anassarco ed Epitteto).
Agli attacchi dei Cristiani contro la idolatria Clemente oppone, da una parte, l'esempio di popoli, come gli Sciti e i Persiani (esempi noti anche a Clemente), che ebbero una concezione non diversa da quella dei Cristiani, nei riguardi delle immagini degli dei; dall'altra, una concezione diversa dalla popolare, sul valore e sul significato delle statue degli dei. Uno degli argomenti a cui ricorrevano i pagani per sostenere la causa della loro religione, era la necessità, il dovere che tutti have di seguire la religione dei padri, quella che Clemente chiama "la consuetudine" ("sunetheia").
Si spiega cosi come in parecchi degli scrittori cristiani di questo tempo Tertulliano, Minucio Felice, Clemente Alessandrino appaiano attacchi contro questa difesa del paganesimo; e il tono con cui essi muovono a questo attacco, armati delle armi dell'ironia o del semplice buon senso (Tertulliano dice, in sostanza: "però quando vi fa comodo, dalle usanze dei padri vi allontanate volentieri"; e Clemente, giocando sul significato di "sunéteia": "e allora perché non continuate a seguire in tutto l'abitudine, e a nutrirvi sempre di latte, come foste abituati da bambini?", mostra chiaramente che essi avevano di fronte considerazioni di carattere popolare, una forma passiva di resistenza, più che una salda opposizione di pensiero. Celso ripresenta questo motivo, e gli dà una base di argomentazioni filosofiche; a queste argomentazioni risponderà, ponendosi sullo stesso terreno, Origene, il grande discepolo di Clemente.
Il Protreptico di Clemente, cosi inserito, per quanto era possibile, nel contrasto delle polemiche del tempo, appare un libro vivo, il cui interesse È anche di portata storica, documentaria, e non un libro retorico, sia pure di una retorica volta alla propaganda e alla edificazione. Sotto la veste dell'acceso e commosso banditore della verità, dell'erudito largo di notizie e di citazioni, È nascosto il pensatore e il polemista, che, se per gli scopi del suo scritto non mette in luce gli obiettivi polemici, non perciò se li nasconde o li ignora.
Ma se il Protreptico ha anche questa sostanza polemica, non perciò si può dire che esso sia, nel senso che si dà alla parola, un libro polemico, un'apologia, del tipo di quelle di al... I quattro volumi di questa nuova Storia della filosofia antica offrono il quadro critico più completo e aggiornato del pensiero filosofico e scientifico geeco-romano oggi disponibile in lingua italiana. L'opera non è rivolta Mario Vegetti è professore emerito dell'Università di Pavia, dove ha insegnato Storia della filosofia antica. solo agli specialisti, ma propone uno Franco Trabattoni strumento di studio e di informazione è professore ordinario di Storia culturale accessibile a un pubblico colto della filosofia antica all'Università e agli studenti. Il suo intento consiste degli Studi di Milano.
Ma perché la filosofia si trasformò in cristianesimo?, 11
Il testo prosegue descrivendo come il Protreptico si inserisca nel grande dialogo tra antichità e nascente cristianesimo: il pensiero filosofico tra il I secolo a.C. e VI secolo d.C. è spesso associato al declino della tradizione classica, ma si tratta di un pregiudizio infondato che negli ultimi decenni è stato smentito da numerosi studi. Nel libro si esaminano le molteplici tradizioni filosofiche di epoca imperiale e tardo antica: quella platonica, quella aristotelica, quella cinica, la posterità delle scuole ellenistiche, la grande scienza di Galeno e Tolemeo. Ne emerge un quadro ricco e complesso di una fase cruciale, alla quale si deve la trasmissione stessa del pensiero antico alle epoche successive.
Interessante sarebbe inserire il Protreptico nel contrasto vivo delle polemiche tra sostenitori dell’antica religione e i banditori della nuova. Purtroppo la nostra conoscenza degli scritti della reazione pagana non è molto ricca, ma vi è il Discorso Vero di Celso, contemporaneo al Protreptico, che illumina i rapporti tra Cristianesimo e paganesimo, evidenziando obiezioni e strategie difensive. Il Protreptico, quindi, va letto anche come terzo posizionamento in questo conflitto: non solo come testimonianza di conversione, ma come documento storico del dialogo tra culture religiose e filosofiche.
La tensione tra l’antico e il nuovo è al centro dell’opera di Clemente, che mira a mostrare come il Cristianesimo sia la piena realizzazione della filosofia greca nelle sue aspirazioni etiche e teologiche. La descrizione del Verbo di Dio come Logos, vero principio generatore della vita e del bene, funge da ponte tra tradizioni elleniche e cristiane, offrendo una nuova chiave interpretativa per comprendere la salvezza e la rivelazione.
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