Babbo ma quando arriva Valentino Rossi
Chi l'avrebbe mai detto! È la frase che più spesso ti viene in mente quando realizzi che Valentino Rossi è arrivato al termine della sua ultima stagione nel Motomondiale.
La nascita di una leggenda e la nascita del mito 46
Roma - Valentino Rossi nasce a Urbino (per poi trasferirsi da giovanissimo a Tavullia) il 16 febbraio 1979 dalla geometra Stefania Palma e dall'ex pilota Graziano Rossi. Dal papà non eredita solo la passione per le due ruote, ma anche il numero di gara, il mitico 46: «Il numero che aveva Graziano quando ha vinto il suo primo Gran Premio, con la Morbidelli 250, nel 1979. Proprio l’anno in cui sono nato io».
È lui a regalargli il suo primissimo bolide, «un piccolo motorino da cross rosso, con la scritta 'Mre' sul sedile blu. Me l’ha regalato il mio babbo quando avevo circa tre anni. Mi faceva girare nel giardino intorno alla casa a Tavullia, all’inizio con le rotelline, poi senza».
Poi vennero i kart e le minimoto: «Era il 1989 quando trovai la mia prima minimoto sotto l’albero di Natale. Me la regalò Graziano, il mio babbo». Ma papà Graziano ricorda che il piccolo Valentino non disdegnava proprio nessun mezzo, perfino l'Ape Piaggio: «Ad un certo punto, l’Ape diventò a Tavullia il mezzo da corsa, non più di locomzione. Dalla strada ai circuiti, il passo fu breve.
Nel 1993 esordì nel campionato italiano Sport Production con la Cagiva Mito 125, per poi trionfare un anno dopo. Abbandonato definitivamente il liceo linguistico, nel 1995 Vale vinse l'Italiano e arrivò terzo nell'Europeo 125 con la Aprilia. La stessa casa che lo portò al debutto nel Motomondiale, dove a Brno, il 18 agosto 1996, ottenne la sua prima storica vittoria.
«Nel giro di pochi giorni ho fatto l’amore per la prima volta, ho preso la prima pole e la prima vittoria. Il weekend perfetto», ricorda lui. Solo una stagione più tardi seguì il primo titolo. Stesso schema in classe 250: secondo nel 1998, iridato nel 1999. E nella classe regina: esordio nel 2000 con la Honda 500, primo Mondiale nel 2001. Ne seguiranno altri quattro consecutivi, di Mondiali, in MotoGP, con in mezzo il passaggio alla Yamaha.
I soprannomi, lo stile e l’immagine
Nei primi anni ’90 le moto in TV si vedevano su TelePiù. Nico Cereghini era il commentatore, il sottoscritto faceva le interviste dai box. "Beltramo sei il mio mito!" mi disse una volta un adolescente Valentino Rossi.
Rossifumi è il primo dei suoi soprannomi cucito sulla tuta in omaggio a Norifumi Abe, che al suo esordio in 500, nel 1994 a Suzuka, combatté con Schwantz fino al penultimo giro. Il coraggio, lo stile aggressivo, i colori, i capelli lunghi, la simpatia di Abe lo colpirono profondamente, tanto da cominciare la carriera mondiale con "Rossifumi" scritto sulla tuta.
The Doctor è il secondo - e definitivo - soprannome. Quando qualcuno fa molto bene qualcosa si dice che sia "un Dottore". Da scherzo a marchio, a realtà: la laurea Honoris Causa che l'Università di Urbino gli diede nel 2005 in "Comunicazione e pubblicità delle organizzazioni" ha messo tutti d'accordo.
Traverso è una specie di filosofia di vita: mettere di traverso la macchina, la moto, l’Ape Piaggio. Il Grazia. Mito1. Mito2. Nei primi anni '90 le moto in Tv si vedevano su TelePiù. Nico Cereghini era il commentatore, il sottoscritto faceva le interviste dai box. "Beltramo sei il mio mito!" mi disse una volta un adolescente Valentino Rossi.
Misano, Pecco e il miracolo del "Babbo ce l’ho fatta"
Estetica. Rossi è un maniaco dell'immagine, i suoi caschi sono curatissimi e particolari, così come gli adesivi, gli accessori. Giallo. È il suo colore, gli piace anche un po' fluo. Che poi fossero gli sponsor, casomai, ad adeguarsi!
Tavullia è il suo Centro dell'Universo. Il paese dove è nato, dove vive, dove ha le sue attività. Londra, l'errore. Chi era straniero poteva risiedere in Inghilterra pagando le tasse soltanto sul reddito prodotto là. Con un obbligo: viverci davvero. Lui stava troppo a Tavullia, d'altronde come starne lontano oltre ai periodi di gare e prove?
Autogestione. Dopo quell'esperienza, ha deciso di fare da solo con l'aiuto di amici e collaboratori, ma basta manager. Uccio. Alessio Salucci, il suo amico del cuore, di più, un fratello fin dai tempi delle elementari. Insomma: senza Uccio non Vale. Fan Club. Il cuore, la passione, l'amicizia. Il boss è il papà di Uccio. È cominciato tutto lì: le idee, le goliardate, le scenette.
Tartaruga. Il talismano e uno dei pochi tatuaggi di Vale. La sua si ispira al peluche della tartaruga ninja che aveva da piccolo e che porta sempre con sé. Se sia una combinazione o meno, non so, ma anche Tazio Nuvolari, uno più grandi piloti (auto e moto) mai esistiti, aveva una tartaruga come portafortuna. La sua non era di peluche, ma d’oro e gliel’aveva regalata nel 1932 Gabriele D'Annunzio, con questa dedica: "All'uomo più veloce, l’animale più lento".
Biaggi. I due non si stavano simpatici, anzi. Sarebbe andata a finire così comunque, due galletti… ma tutto iniziò una sera del 1996 a Suzuka, in Giappone. Si era a cena con Valentino, quando passò Biaggi e disse indicando Rossi: "E tu ricordati che quando parli di me devi prima sciacquarti la bocca…". Vale non dimenticò.
La trasformazione di Rossi e la sua eredità
Gibernau era il suo rivale insieme a Biaggi. Ma i due andavano d'accordo, si vedevano a Ibiza, cose così. Poi, una volta, in Qatar la squadra di Sete fece un reclamo contro quella di Rossi e Vale fu costretto a partire ultimo, rimontò, ma poi cadde.
Auto. È così bravo anche in auto, che abbiamo rischiato che lasciasse le moto per correre in F1. Era il 2005/2006. Stefania. La mamma. Il punto di riferimento, la guida, la parte tosta. Ora una bella signora, un tempo una bellissima ragazza. "Ehi, Vale (aveva 5-6 anni) salutami la mamma".
2004. Una stagione fondamentale nella storia di Rossi pilota. L'arrivo alla poco competitiva Yamaha e la vittoria alla prima gara, a Welkom in Sud Africa battendo Max Biaggi. Welkom 2004, l'abbraccio a fine gara con la sua M1.
Milano. Una volta Rossi venne a Milano (credo fosse il 1997) per fare alcune fotografie in uno studio. Blues Brothers. Il suo film preferito. John Belushi. Il suo attore preferito (ovviamente).
Dediche. Non ne ha mai fatte molte, ma io sono uno (nella sfiga) molto fortunato: quando nel 2009 feci un incidente… vale, dopo una pole ottenuta all'ultimo secondo sul bagnato, chiuse l’intervista con Alberto Porta dedicandomi quella pole… è dicendo che ero molto meglio come giornalista che come pilota.
Memoria. Credo sia una delle persone con la miglior memoria che conosco. Una memoria ampia, ma anche rapida, veloce, reattiva. Gli avevo regalato un volante per videogame e in cambio ci mettemmo d’accordo che mi avrebbe dato uno dei suoi caschi. Era credo il 1997. Il casco mi arrivò nel 2005, ma ogni volta che gli passavo davanti mi passavo la mano nei capelli e lui immediatamente diceva: "Ti ho detto che te lo do."
Riti. Ne ha molti. Ama, scaranticamente, ripetere gli stessi gesti nello stesso ordine, con la stessa gente, nello stesso posto. Rossi, la mega festa al box dopo l'ultima gara.
Ordine. È una sua mania.
Maradona. Una volta, nel 2008, è venuto al Mugello e gli ha baciato il polso destro sulla griglia di partenza. A fine gara Vale ha ricambiato baciando il piede sinistro del Pibe.
Difetto. È sempre in ritardo. Sempre.
Cava. Un luogo dove adava suo padre Graziano "a fare dei traversi" e dove Rossi si allenava in moto con amici e Marco Simoncelli. L'inizio di una storia.
Ranch. Il seguito della cava, la crescita, la professionalizzazione, la salvaguardia di quello spirito, di quella passione. Su un terreno che era di Graziano, nei pressi di Tavullia, Valentino ha ristrutturato un vecchio casolare, ha creato delle piste sulla quali allenarsi con mezzi da fuoristrada e ha iniziato a pensare agli altri e al futuro.
VR46. Una società di merchandising che ha collaborato anche con la Juventus e altri piloti. VR46 Accademy. L'uso del Ranch, della sua esperienza, della sua passione per far crescere giovani piloti. A disposizione di una decina di fortunati ragazzi c'è tutto: palestra con trainer, nutrizionista, psicologo, corsi di inglese, medico. Il tutto sotto la responsabilità di Uccio e Alby. Come sempre amici, passione, fiducia.
Marquez. Passano gli anni, le gare, i Mondiali, succedono cose, il mondo cambia, ma la convinzione che Marc Márquez gli abbia fatto perdere apposta con manovre volontarie e scorrette il Mondiale 2015 resta solida e immutabile nella mente e nel cuore di Vale. Ha ragione, probabilmente, ma un altro avrebbe un po’ lasciato perdere dopo tanto tempo, lui no.
Clienti. Si dice così delle moto affidate alle squadre esterne e non direttamente gestite dalle case. Per la prima volta dopo tantissimi anni Valentino è tornato a essere un “cliente”, un pilota non ufficiale.
Diventare papà. Un passo importantissimo nella vita, fatto nel momento perfetto, cioè a fine carriera, con una compagna bellissima e da coppia serena, matura, affiatata. Perfetto direi, anzi di più: ricordo che Vale qualche tempo fa disse che avrebbe amato diventare papà di una bambina.
Il cerchio si chiude. Da quando aveva firmato per la Honda nel 2000 Rossi è sempre stato pilota ufficialissimo per la marca con la quale aveva scelto di correre, anche se nei primi due anni di 500 aveva colori diversi. Poi arriva il 2021 e Yamaha decide di passare Fabio Quartararo nel team interno e spostare Rossi in quello esterno, il team Petronas a fianco di Morbidelli. Il team VR46 in MotoGP. La fine senza fine. Eccoci alla fine che però non finirà qui, quest’anno, in questo 2021. No, quello che Rossi ha rappresentato, fatto, inventato, creato, detto, portato nel circo delle moto non ha precedenti.
E credo che non avrà neppure successori. Troppo grande il suo modo di essere campione, troppo diverso, divertente, magico, tosto. Quindi il suo 46, per quanto ritirato come pochi altri numeri, continuerà a sventolare in tutto il mondo per anni. E a noi che lo abbiamo vissuto possiamo dirgli una sola parola: Grazie per tutto quello che hai fatto e per come l’hai fatto.

Un bimbo che corre da Pecco proprio quando non si poteva e poi grida fiero verso il babbo, dentro una Misano che era solo gialla e adesso è pure tanto rossa e che, contrariamente allo scorso anno, ha fatto registrare numeri importanti in termini di presenza. Calzoncini corti, magliettina bianca e un cappellino in mano. E’ così che era vestito il bimbo che in una sola frase, gridata con la voce che tremava e gli occhi che sparavano adrenalina, ha sintetizzato l’intero racconto di Misano 2023: “Babbo, ce l’ho fatta!”.
Quella frase è stata, per quel ragazzino, la chiosa di un’impresa. Perché poco prima, insieme al suo babbo, era accalcato in quel minuscolo corridoio del paddock in cui passano i piloti subito dopo il podio, per entrare nella sala stampa dedicata alle televisioni di mezzo mondo. Pochi metri per vederli passare. Ma a volte bastano pochi metri per segnare grandi traguardi.
Quel ragazzino, probabilmente, lo sapeva, come lo sanno tutti i bambini. Così, quando dal retropodio è uscito Pecco Bagnaia, in barba a energumeni della sicurezza e pure al suo babbo quel bimbo s’è svincolato via. Ha salito le scale di quella sala stampa dal lato opposto a quello in cui lo stava facendo Pecco e gli ha teso il cappellino, mentre quelli della sicurezza provavano a acciuffarlo. Il resto lo ha fatto Pecco, coi movimenti lenti di uno che - nonostante fosse tutto rotto - aveva appena centrato un’altra impresa e l’autorevolezza di un campione del mondo: giusto uno sguardo per spiegare a quelli pronti a intervenire che quel bambino doveva essere lasciato stare. Ha preso in mano il cappellino, lo ha firmato e lo ha restituito al piccolo temerario. Poi, mentre quel genitore era viola in volto per la meravigliosa sfacciataggine del figlio, un grido ha commosso tutti: “Babbo, ce l’ho fatta!”.
E era sempre lui. E “Babbo ce l’ho fatta” è pure la frase che viene da dire oggi e che starebbe bene un po’ sulla bocca di tutti i protagonisti di Misano. Soprattutto dopo il mezzo vuoto desolante dello scorso anno che, col cielo che minacciava pure pioggia, c’aveva fatto venire in mente addirittura il petricore. Facevamo i conti, dodici mesi fa, con il grande dubbio se quella sensazione lì fosse di assenza o di perdita. I 140000 accessi al Marco Simoncelli World Circuit in questo 2023 non sono paragonabili ai numeri degli anni passati, ma sono una cifra straordinaria se si considera il 2022. Non solo per i freddi numeri, ma pure per il calore che quei 140000 hanno espresso.
Lo spirito delle corse c’è ancora e non è affatto andato perso. La stessa cosa possono gridare tutti i nuovi piloti a un babbo ideale che potrebbe essere Valentino Rossi o, vista l’impresa di Misano, magari pure Dani Pedrosa. Un “Babbo ce l’ho fatta” urlato da sotto la quercia che porta il nome del SIC a babbi che stanno ancora lì. Tanto che se uno, Dani Pedrosa, era addirittura in pista a far capire che il manico - proprio come lo spirito - non conosce ruggine, l’altro, Valentino Rossi, se ne è stato per quasi tre giorni di fila in piedi su una sorta di trespolo, in un punto del circuito da cui è possibile tenere d’occhio un po’ tutto, dentro una veste nuova, ma che ricopre la stessa sostanza di sempre. Lì, pronto a vedere, simbolicamente, i suoi pilotini gridargli da sopra il podio o da sotto la bandiera a scacchi, un “babbo, ce l’ho fatta”.
Che poi, in qualche modo, mica è così nuovo rispetto a prima. A Misano, ad esempio, c’è stato il pilota che ha saputo andare oltre al dolore, Pecco, come facevano quelli di una volta. E c’è stato quello che, tra stomaco vuoto, euforia, antidolorifici presi prima della gara e prosecco sul podio, in conferenza stampa c’è arrivato in uno stato molto simile a quello di chi sta mezzo brillo (Marco Bezzecchi). Certo, non saranno le sbornie vantate da Lucchinelli, ma siamo sicuri che ora non sia meglio e assolutamente più genuino? E’ un “babbo ce l’ho fatta” anche questo dubbio. E’ roba grossa e pure un bel po’ potente. E per niente scontata.
Romana memoria continua: Valentino Rossi è una figura che ha segnato la storia delle corse, non solo per i titoli ma per l’etica e l’immaginario che ha creato attorno al mondo delle due ruote. La sua eredità va oltre i numeri e le sorprese, restando nel cuore di chi ha cresciuto con lui l’amore per la velocità.
