Elio Pagani e la Lunga Lotta per la Riconversione dell'Industria Bellica
La storia di Elio Pagani è emblematica di un percorso individuale di profonda riflessione etica e di impegno civile, intrecciato con le dinamiche complesse dell'industria bellica italiana. Lavoratore presso la Aermacchi s.p.a. di Varese negli anni '80, un'azienda specializzata nella progettazione e produzione di aeromobili militari, Pagani si trovò a confrontarsi con una dissonanza fondamentale tra i suoi principi cattolici, che imponevano il precetto di "non uccidere", e la sua attività professionale. Questa consapevolezza lo spinse a diventare uno dei primi obiettori di coscienza alla produzione militare, promuovendo attivamente all'interno della Fim-Cisl varesina, di cui era rappresentante sindacale, una riflessione sulla riconversione industriale verso applicazioni civili.

La sua battaglia non fu facile. Quando la Aermacchi espanse le sue attività alla produzione di aerei civili, Pagani chiese il trasferimento, un passo che testimoniava la sua determinazione a distanziarsi dalla produzione bellica. Nonostante ciò, il suo impegno come obiettore ebbe un costo personale e professionale elevato: nel 1991 fu collocato in cassa integrazione a zero ore, una situazione insostenibile per il sostentamento della sua famiglia, che lo portò infine ad abbandonare il suo impiego.
La vicenda di Elio Pagani non è un caso isolato, ma si inserisce in un contesto storico più ampio di resistenza e obiezione all'industria bellica in Italia, un fenomeno che ha visto coinvolti singoli lavoratori, collettività e movimenti sociali.
Echi di Resistenza: Obiettori e Movimenti per la Pace
La figura del nonno materno di chi scrive, Luigi Belluschi, rappresenta un esempio di "obiezione professionale" all'industria bellica in un'epoca ancora più dura. Operaio specializzato come gruista sugli altiforni presso la Breda di Sesto San Giovanni durante il ventennio fascista e l'occupazione nazifascista, Belluschi lavorava nella produzione bellica per il regime. Tuttavia, le testimonianze raccolte dall'archivio Aned di Sesto San Giovanni e dai familiari rivelano una realtà diversa: veniva licenziato e riassunto più volte perché, in realtà, era un sabotatore. Rallentava la produzione bellica e sabotava i tralicci telefonici con i suoi compagni. Nonostante la sua attività di opposizione, i fascisti non riuscirono a deportarlo nei lager nazifascisti, poiché la sua manodopera era considerata essenziale per la produzione bellica in Italia. Nonostante fosse comunista e avesse partecipato agli scioperi del 1943 e 1944, non apparteneva a formazioni partigiane, ma agiva come un "cane sciolto". La sua storia, vissuta in silenzio e mai raccontata pubblicamente, sottolinea il coraggio e la resilienza di chi, pur operando all'interno del sistema, ne minava le fondamenta belliche.

Un caso significativo di obiezione collettiva è quello degli 805 lavoratori delle officine Moncenisio di Condove, vicino a Torino. Il 24 settembre 1970, in assemblea, approvarono all'unanimità una mozione contro la produzione di armi dell'azienda. Il documento recitava: "i lavoratori delle officine Moncenisio, considerando che il problema della pace e del disarmo li chiama in causa come lavoratori coscienti e responsabili e che la pace è supremo interesse e massimo bene del genere umano, preoccupati dei conflitti armati che tuttora dilacerano il mondo, diffidano la direzione della loro officina dall’assumere commesse di armi, proiettili, siluri o altro materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata di cui non possono e non vogliono farsi complici. Chiedono alle organizzazioni sindacali di appoggiare la loro strategia di pace. Invitano caldamente i lavoratori italiani in tutto il mondo a seguire il loro esempio di coerenti e attivi costruttori di pace".
A livello individuale, numerosi lavoratori hanno rifiutato di produrre armi. Maurizio Saggioro si oppose alla produzione di componenti per armi presso la Metalli Pressati Rinaldi di Bollate (MI), chiedendo il trasferimento nel gennaio 1981 e venendo successivamente licenziato. Nel 1983, Gianluigi Previtali si dimise dall'Aermacchi di Varese proprio in opposizione alla produzione di armamenti.
La Riconversione Industriale: Un Percorso Difficile e Necessario
L'idea della riconversione dell'industria bellica in applicazioni civili è un tema ricorrente nelle lotte operaie e pacifiste italiane. Il comitato di riconversione RWM, nato in Sardegna da un'azienda che produceva ordigni bellici, ha proposto un modello di impresa sostenibile e un'economia pulita, con l'obiettivo di generare posti di lavoro legati alla pace. La reazione aziendale nel gennaio 1991 fu prevedibile: l'attivazione della cassa integrazione per i lavoratori antimilitaristi. Questo portò alla nascita del comitato cassintegrati Aermacchi per la pace e il diritto al lavoro, che, con il supporto di diverse organizzazioni, riuscì a portare le proprie istanze al parlamento e a formulare una proposta di legge regionale per la promozione della riconversione dell'industria bellica.

Nonostante queste iniziative, l'Aermacchi esercitò una forte pressione sulle istituzioni politiche e sindacali per favorire l'approvazione di un nuovo modello di difesa, ottenendo il sostegno di sindacati come FIM, FIOM e UILM. Questo evidenzia la difficoltà intrinseca nel contrastare gli interessi consolidati dell'industria bellica.
La battaglia per la riconversione è alimentata da un'interpretazione ecopacifista e da un'analisi critica della militarizzazione globale. Le istituzioni politico-culturali come la FIM-Cisl, l'IRES e la rete di formazione non violenta, insieme a strumenti di comunicazione come Alfazeta, Radio Popolare e Avvenimenti, hanno svolto un ruolo cruciale nel promuovere una strategia di controinformazione antimilitarista.
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La nonviolenza, intesa come principio di risoluzione pacifica dei conflitti, è al centro di questo movimento. L'obiettivo è costruire una società civile diversa, capace di gestire le divergenze senza ricorrere alla violenza.
Casi Emblematici e Legislazione
La storia dell'obiezione di coscienza alla produzione bellica è costellata di episodi significativi che hanno influenzato il dibattito pubblico e legislativo. Il caso delle Officine Moncenisio è un esempio di mobilitazione collettiva che ha posto le basi per future rivendicazioni.
Tra i singoli lavoratori che hanno rifiutato di produrre armi, oltre a Maurizio Saggioro e Gianluigi Previtali, si ricordano:
- Ingegnere Secchieri: Si dimise nel 1980 da un'azienda che aveva assunto commesse militari. La società gli intentò causa, ma il giudice gli diede ragione.
- Tury Vaccaro: Studente-operaio presso la Fiat, preferì il licenziamento piuttosto che contribuire all'assemblaggio di componenti per sistemi di trasporto militare.
- Ingegnere Maurizio Rossini: Nel 1981, dopo lo smantellamento della SOPREN, chiese di essere assegnato a ricerche sulle energie alternative, contestando il legame tra tecnologia nucleare e arsenali militari. Rifiutando un'assegnazione a Genova per progettare contenitori per materiale radioattivo, fu licenziato.
- Michele Fuser: Nel 1983 si dimise dalla De Pretto Escher Wiess di Schio, in quanto l'azienda aveva assunto una commessa per basamenti di cannoni di precisione.
- Tullio Braga: Nel 1984 si dimise dalla SEPA (Torino), che operava anche nel settore militare, dichiarandosi obiettore di coscienza e dando notevole pubblicità al suo gesto.
- Tecnico Antonio Russo: Nel 1985, presso la Partenavia di Napoli, ottenne dopo un percorso accidentato il trasferimento ad attività civili grazie a un accordo sindacale.
- Elio Pagani: Nel 1988 denunciò, tramite un'intervista a Famiglia Cristiana, la violazione degli embarghi sul materiale militare verso il Sudafrica da parte di Aermacchi. Nel 1989 si dichiarò pubblicamente obiettore professionale e ottenne un trasferimento di fatto alla produzione civile. A fine 1990, nonostante il buon andamento della produzione civile, fu espulso in CIGS a zero ore.

L'obiezione professionale, pur non essendo sempre formalmente riconosciuta dalla legge, ha spinto i lavoratori a creare "gruppi di adozione" per sostenere gli obiettori licenziati o in difficoltà, offrendo stipendio, solidarietà e collegamenti. L'azione sindacale si è concentrata sull'organizzazione di coordinamenti di delegati per ricostruire il ciclo produzione-circolazione-consumo bellico e spingere per piattaforme di diversificazione e riconversione.
Nonostante le difficoltà, ci sono stati accordi sindacali che hanno gestito la tutela degli obiettori, come nel caso della Partenavia e dell'Agusta. Il caso più significativo si ebbe nel 1987 al CISE di Milano, dove, per la prima volta in Italia, fu riconosciuto il diritto all'obiezione di coscienza professionale in azienda.
La proposta di legge radicale del 1982, ispirata dal caso Saggioro, mirava a sancire il diritto del lavoratore all'obiezione di coscienza e a obbligare il datore di lavoro a ricollocare l'obiettore in attività non connesse alla produzione militare. In caso di aziende esclusivamente militari, l'obiettore poteva recedere dal contratto per giusta causa, con diritto all'integrazione salariale.
La Complessità del "Complesso Militare-Industriale"
L'industria bellica italiana, pur rappresentando una quota relativamente piccola del PIL, esercita un potere di influenza considerevole sulle decisioni politiche ed economiche del paese. Questo potere deriva dalla sua alta concentrazione, dalla capacità di attrarre le migliori risorse umane e scientifiche, e da un intreccio stretto tra industria, difesa e politica.

Il concetto di "complesso militare-industriale", coniato da Seymour Melman, è fondamentale per comprendere questa dinamica. Negli Stati Uniti, questo settore è concentrato nelle mani di pochi gruppi economici, che acquisiscono un enorme potere di pressione sulle scelte del Paese. In Italia, sebbene l'incidenza sul PIL sia minore, la concentrazione aziendale è elevata, specialmente nei settori aeronautico e chimico militare.
Le aziende belliche beneficiano di sovvenzioni statali, garanzie sulla domanda e un'alta percentuale di manodopera specializzata, oltre a un forte legame con la ricerca scientifica. Questo le rende "sane", garantite e concentrate, capaci di sviluppare capacità di pressione per garantirsi privilegi. L'elevato numero di ufficiali in pensione delle forze armate presenti nei centri decisionali e commerciali delle aziende belliche testimonia questo intreccio.
Il totale degli occupati nel complesso militare-industriale italiano, includendo militari e civili, supera le 600.000 unità, con un fatturato globale che raggiunge cifre considerevoli. Questo dato evidenzia come milioni di persone in Italia vivano grazie all'esistenza di questo sistema, rendendo la conversione e il disarmo processi complessi che richiedono un'attenta considerazione delle implicazioni sociali ed economiche.
La ricerca di Melman, incentrata sulla conversione dell'industria militare in industria civile, offre spunti preziosi per affrontare questo problema, analizzando le potenziali riconversioni in vari settori, dall'elettronica alla cantieristica navale, dal nucleare alla ricerca e sviluppo.
Le Sfide della Riconversione in Italia
In Italia, le iniziative per la riconversione dell'industria bellica hanno incontrato ostacoli significativi. L'Agenzia per la riconversione dell'industria bellica, nata nel 1994, è stata chiusa, mentre altri paesi europei hanno sostenuto istituti di ricerca per monitorare il settore e studiare piani di riconversione.
Una pubblicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 1996 concluse che i processi di riconversione erano "non convenienti" in termini economici, mentre i progetti di diversificazione, che salvaguardavano le capacità tecnologiche per applicazioni civili, presentavano minori difficoltà.
La legge 185 del 1990, "Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento", pur approvata grazie a una vasta campagna di pressione della società civile, non è riuscita a promuovere la riconversione. La risposta prevalente è stata il richiamo al "dovere costituzionale di difesa della patria", che impone il mantenimento di un adeguato apparato difensivo con autonome capacità produttive.
Le esperienze di lavoratori come Elio Pagani, Luigi Belluschi, Maurizio Saggioro e molti altri, insieme alle mobilitazioni collettive come quella delle Officine Moncenisio, rappresentano capitoli fondamentali nella lunga e complessa storia della lotta per la pace e la riconversione dell'industria bellica in Italia. La loro determinazione e il loro coraggio continuano a ispirare la ricerca di un futuro in cui la produzione sia al servizio della vita e non della distruzione.
