La Motocicletta con le Corna: Un'Ipotesi sulla sua Genesi Estetica
Il fascino della motocicletta, con le sue linee audaci e la promessa di velocità vertiginose, ha da tempo catturato l'immaginazione umana, trovando eco nelle arti figurative e in una estetica che fonde meccanica e poesia. Un'ipotesi affascinante riguardo la sua genesi estetica potrebbe risiedere nell'evocazione di forme primordiali, quasi mitologiche, un'arte plastica capace di suscitare vita entro il marmo addormentato, o in questo caso, tra le lamiere e il metallo. Il tema della "motocicletta con le corna al posto del manubrio" ci spinge a considerare la macchina non solo come un mezzo di trasporto, ma come un'opera d'arte polimaterica, un blocco primigenio da cui nasce un'opera che evoca un'idea di "ab ovo", un'estetica che si sviluppa in ardite fughe verso le tre dimensioni.

La Motocicletta come Icona Culturale e le Sue Radici Estetiche
L'atmosfera di una decade europea, per esempio gli anni '30, fu un periodo fatale, dove lo stile e l'innovazione tecnologica si fusero. La motocicletta, derivata dalla bicicletta, iniziò a sviluppare una propria specificità, che divenne effettiva nei modelli del 1928/29. Queste macchine, piene di stile, erano lanciate dal loro pilota a velocità che potevano superare i cento chilometri all'ora, in un clima di competizione e di rischio. L'estetica di queste motociclette non era solo una questione di funzionalità, ma un'espressione di audacia, un desiderio di rivivere un tempo passato attraverso la loro forma. La loro capacità di suscitare vita e movimento le rende opere eseguite con arte, degne di essere annoverate tra le creazioni plastiche di rilievo.
Il concetto di "motocicletta con corna" potrebbe derivare dalla necessità di distinguere e personalizzare queste macchine, conferendo loro un carattere distintivo, quasi animalesco o demoniaco, evocando immagini di forza e ribellione. Le corna, come elemento decorativo o strutturale, aggiungono un livello di interpretazione simbolica, trasformando la motocicletta da semplice veicolo a oggetto di fascino e mistero.
La Fisica Aristotelica e le Sue Implicazioni nel Pensiero Medievale
Per comprendere appieno la genesi di certe idee, è utile esplorare il contesto filosofico e scientifico in cui si sono sviluppate. Nell'alto Medioevo, le principali dottrine fisiche erano discusse perlopiù nei commentari ai testi di Aristotele. Il dibattito filosofico e scientifico intorno ai concetti di spazio, tempo e moto cominciava a essere influenzato dalle idee cristiane relative a Dio e ai suoi rapporti con il mondo naturale. Lo scopo principale dei commentari era quello di spiegare un testo, che per comodità di esposizione veniva diviso in lemmi.
Alessandro di Afrodisia, vissuto alla fine del II secolo, fu uno dei principali commentatori antichi, difendendo il pensiero di Aristotele contrapponendolo ad altre dottrine filosofiche. Successivamente, Simplicio, filosofo neoplatonico, cercò di dimostrare un sostanziale accordo tra Aristotele e Platone.

Nel VI secolo, Giovanni Filopono, commentatore cristiano di Aristotele, mise in discussione alcuni concetti chiave della filosofia aristotelica. Filopono sostenne la creazione dal nulla (creatio ex nihilo), un'idea estranea sia a Platone che ad Aristotele. Per Platone, il Dio-artefice modella una materia amorfa ma non la crea; per Aristotele, nulla si genera dal non essere e il cielo è eterno. Filopono, invece, riteneva che solo Dio fosse onnipotente, mentre i corpi dell'universo avevano poteri e durata limitati. Questa concezione creazionista suscitò obiezioni da parte di Simplicio, che la considerava filosoficamente insostenibile.
È importante notare che le obiezioni di un filosofo pagano come Simplicio ebbero un peso considerevole anche tra i filosofi cristiani. Non tutti i cristiani dei primi secoli sostenevano che l'universo avesse avuto un inizio; Sinesio di Cirene, ad esempio, influenzato dalla filosofia platonica, negava l'inizio e la fine dell'universo.
La Confutazione dell'Eternità del Mondo e del Moto Aristotelico
Filopono confutò la dottrina aristotelica dell'eternità del mondo, utilizzando argomenti tratti dal pensiero dello Stagirita per dimostrare l'incompatibilità tra l'eternità del cosmo e la concezione aristotelica dell'infinito. Se il cosmo fosse eterno, si dovrebbe ammettere un infinito in atto, ma Aristotele negava tale esistenza. Pertanto, secondo Filopono, l'universo doveva aver avuto un inizio e avrebbe avuto una fine.
Filopono negò anche l'esistenza del quinto elemento, l'etere, sostenendo che i corpi celesti fossero composti principalmente di fuoco, soggetti a generazione e corruzione come i corpi terrestri. Unificò le cause dei fenomeni celesti e terrestri, affermando che le proprietà dei corpi celesti sono presenti anche nei corpi terrestri.
Simplicio replicò riaffermando l'incorruttibilità dei cieli, basandosi sulle antiche osservazioni astronomiche. Obbiettò che se la materia dei corpi celesti e terrestri fosse la stessa, si produrrebbe confusione e distruzione, mentre nel cosmo regna un ordine immutabile.
Anche la teoria del moto aristotelica fu messa in discussione da Filopono. Aristotele sosteneva che il moto richiedesse un motore e un mosso in continuo contatto, e che la velocità fosse proporzionale alla forza e inversamente proporzionale alla resistenza. Filopono confutò l'idea che i corpi più pesanti cadessero più rapidamente, proponendo un esperimento (poi eseguito da Galileo Galilei) che dimostrava la contemporaneità della caduta di corpi di peso diverso. Per Filopono, l'entità fondamentale che determina il moto è la forza motrice, e il tempo necessario per percorrere uno spazio è proporzionale a questa forza, con un tempo addizionale dovuto alla resistenza del mezzo. Affermò che, anche in assenza di un mezzo resistente, il moto nel vuoto sarebbe possibile e avrebbe una velocità finita.
Filopono criticò la dottrina aristotelica dello spazio, definendolo pura dimensionalità priva di corporeità e qualità. Respinse anche la teoria aristotelica del moto dei proietti, proponendo una soluzione che influenzò le discussioni successive. Secondo Aristotele, un corpo scagliato verso l'alto si muoveva di moto "violento" e si esauriva per lasciare il posto al moto naturale verso il basso. Il motore, per Aristotele, era l'aria che trasmetteva il moto. Filopono obiettò che l'aria resiste al moto e non può esserne causa. Si chiese se l'azione fosse esercitata sull'oggetto o sull'aria, concludendo che fosse sul corpo.
23. Aristotele: la fisica
La Materia Prima e il Concetto di Luogo in Filopono
Nel suo trattato contro Proclo, Filopono definì la materia prima come estensione nelle tre dimensioni, un sostrato dotato di estensione privo di qualità. Due obiezioni basate sulla filosofia di Aristotele furono presentate contro questa concezione: la materia prima non esiste separatamente dalle forme e non è conoscibile in sé; l'estensione non può definire la materia prima in quanto è un accidente. Tuttavia, Filopono intendeva la materia prima come un'estensione tridimensionale indefinita e priva di qualità, essenziale e costitutiva, come il calore lo è del fuoco.
Anche il concetto aristotelico di luogo fu confutato da Filopono. Per Aristotele, il luogo è il limite immobile di un corpo contenente, e non esiste spazio distinto dai corpi.
La Genesi della "Motocicletta con le Corna" e le Sue Implicazioni
Ritornando al tema della "motocicletta con le corna", possiamo ipotizzare che questa estetica audace e quasi "fuori dal tempo" possa essere interpretata come una reazione o un'evoluzione di quelle prime macchine che portavano con sé l'eredità stilistica di un'epoca. Le corna, come elemento visivo, potrebbero simboleggiare una forma di "potenza primordiale" o una "forza motrice" che trascende la mera meccanica.
L'idea di "corna" potrebbe anche essere un riferimento a creature mitologiche o a simbolismi antichi, portando con sé un'aura di mistero e di fascino. In un'epoca in cui la motocicletta era lanciata dal suo pilota a velocità vertiginose, l'aggiunta di elementi visivi "forti" come le corna poteva servire a enfatizzare la potenza e la natura quasi selvaggia della macchina e del suo conducente.
La motocicletta, in questa prospettiva, diventa un'opera d'arte plastica capace di suscitare vita, un'espressione di un'estetica che si sviluppa in ardite fughe verso le tre dimensioni, tracciando un solco nelle arti figurative. La sua linea meccanica, pur essendo precisa, possiede una qualità poetica che evoca il mondo della motocicletta e l'atmosfera di decadi europee, alcune delle quali, come gli anni '30, furono indubbiamente fatali per le loro implicazioni storiche e culturali.
La "motocicletta con le corna" rappresenta, in questo senso, una possibile evoluzione estetica, un superamento delle forme originali, un'opera che da un "blocco primigenio" (la motocicletta di base) nasce come "ab ovo", acquisendo una propria specificità che diviene effettiva. Il suo stile, pur derivando dalla bicicletta, si è trasmutato in qualcosa di unico, capace di trasmettere una forte carica emotiva e un senso di avventura, un'estetica che riflette l'intelligenza e l'ostinazione nel voler vedere, ma invero rivivere un tempo passato attraverso la sua forma.
