Depotenziamento del transfert nel gruppo: dinamiche, impostazioni e impatti terapeutici
Agli albori della psicoanalisi Freud scoprì che ogni paziente proietta inevitabilmente sulla persona dell’analista, tramite transfert, aspettative e rappresentazioni che traggono origine dalle interazioni con i genitori durante l’infanzia. Fin dalla pratica dell’ipnotismo, nel Settecento e Ottocento, si conosceva l’importanza dei meccanismi che guidassero la relazione medico-paziente, oggi indicati coi termini transfert - controtransfert. Ma fu il contributo di Freud a dare un fondamentale impatto alla formulazione teorica del concetto di transfert e controtransfert, da cui poi è derivata una lunga serie di sviluppi teorici ad opera di altri famosi analisti.
Tale metodo però, in alcuni momenti, si blocca ad opera di alcune circostanze, definite da Freud resistenze. Queste resistenze sono attribuibili a una spiacevole ed erronea rappresentazione del medico da parte del paziente. Nel poscritto dell’analisi del “Caso Dora” (1901) Freud espone la teoria del transfert in forma completa, declinandone i due versanti: come ostacolo e come agente della cura. L’idea principale della sua teoria è che, durante la terapia analitica, la nevrosi cessi di produrre i suoi sintomi, formandone di nuovi che coinvolgono direttamente la figura dell’analista. Dunque, venendo a mancare i vecchi sintomi, può sembrare che la nevrosi sia cessata. Vengono così rivissute una serie di esperienze psicologiche come se appartenessero non al passato ma al presente, e fossero in relazione con lo psicoanalista: alcune di esse sono quasi identiche alle esperienze psicologiche pregresse, altre sono rifacimenti che subiscono l’influenza di fatti realmente accaduti. Ma il trattamento, sebbene ostacolato da tali distorsioni, può procedere normalmente poiché non c’è differenza se l’impulso da dominare è diretto alla persona dell’analista o a un’altra qualsiasi, infatti la psicoanalisi non genera il transfert ma lo scopre.
Il transfert ha le sue radici in alcuni modelli di comportamento che caratterizzano la vita amorosa di ogni persona, derivati da disposizioni innate o da esperienze vissute durante l’infanzia. Secondo Freud, solo una parte della libido derivante dalle esperienze del passato raggiunge il pieno sviluppo psichico, raggiungendo il livello cosciente. Ciò che resta viene rimosso e riposto nei complessi inconsci. Questa parte della libido, conservata nell’inconscio, è ciò che provoca il fenomeno del transfert. Nel 1920 Freud opera una svolta radicale nel concetto di transfert con il saggio “Al di là del principio di piacere”. Il transfert non viene più considerato come motivato dalla resistenza, ma dalla coazione a ripetere, a sua volta a servizio della pulsione di morte. La ripetizione, dunque, rappresenta l’esistenza di un impulso negativo che tende a ripetere la situazione del passato, ridefinendo così il transfert come bisogno di ripetere. In conclusione, per Freud il transfert fu percepito come un fenomeno di scarica aderente al principio del piacere, consistente nello spostamento della pulsione agente in quel preciso momento da immagini infantili e soprattutto inconsce alla persona dell’analista. Nel processo analitico il transfert non è di ostacolo ma attiva l’impegno del paziente nel suo lavoro col medico e diventa strumento di comprensione e di interpretazione dell’analista stesso.

Le rivisitazioni teoriche: dall’osservatore partecipe a modelli focalizzati sul transfert
Il concetto di transfert ha subito, nel corso degli anni, diverse rivisitazioni teoriche da parte di altri influenti psicoanalisti, una delle rivisitazioni più importanti è quella effettuata da H.S. Sullivan e dalla corrente interpersonalista. Il cambiamento di paradigma avvenuto nel pensiero psicoanalitico si deve all’introduzione del concetto sullivaniano di “osservatore partecipe” che presuppone nell’analista l’abilità di occuparsi e di valutare attentamente anche la propria partecipazione rispetto al paziente. Gli autori interpersonalisti che hanno seguito la scia di Sullivan hanno esteso questa preziosa intuizione fino a rivoluzionare l’uso terapeutico del controtransfert in modi che Sullivan (1954) stesso non aveva clinicamente portato avanti. Otto Kernberg concettualizza un modello, che diventa il fondamento della psicoanalisi contemporanea, chiamato Terapia focalizzata sul Transfert (Transference-Focused Psychotherapy, TFP; Clarkin, Kernberg, & Yeomans, 2006). Kernberg ha definito il suo approccio teorico come Psicologia dell’Io e delle Relazioni oggettuali, in cui confluiscono tre modelli psicoanalitici di riferimento. Kernberg parte dai limiti riscontrati nella teoria pulsionale di Freud, ovvero l’incapacità di dare delle spiegazioni adeguate alla complessità della motivazione umana, riferendosi alla teoria di Margaret Mahler, focalizzata sul processo di separazione-individuazione, e a quella di Edith Jacobson, con la definizione di mondo rappresentazionale ovvero immagini o esperienze passate da cui si ricavano mappe cognitive del mondo esterno. Una delle fasi più importanti di questa terapia è, secondo Kernberg, l’analisi dei sintomi chiave: il terapeuta si concentra sui sintomi significativi che emergono durante il colloquio, esplorandoli quando appaiono, e può operare interventi di chiarificazione, messa a confronto e interpretazioni.
Etchegoyen (1986) affermava che in ogni analisi devono esistere momenti d’amore, di innamoramento, poiché la cura riproduce le relazioni d’oggetto della triade edipica, ed è pertanto inevitabile e salutare che ciò avvenga. Precocemente Freud si trovò alle prese con le potenti forze dell’amore che si attivano tra paziente e analista fino a collocare l’amore al centro della riflessione sull’azione terapeutica, parlando di una guarigione mediante l’amore (amore di transfert e non amore del terapeuta). Infatti, sebbene inizialmente Freud collochi l’amore come centro dell’azione terapeutica, parlando di una vera e propria guarigione mediante l’amore, alcuni anni dopo, Freud sembra modificare tale posizione sull’attrazione erotica come veicolo di cura: soltanto il transfert cosciente è alleato del trattamento.
L’incertezza dello stesso Freud sul tema transfert ha portato a porsi diverse domande: l’amore di transfert è resistenza o mezzo di guarigione? È un sentimento reale o irreale? L’ambiguità di Freud è ancor più evidente nella distinzione che opera tra amore di transfert e amore fuori dall’analisi: anche se l’innamoramento da transfert costituisce una riedizione di antichi processi infantili, questo sembra essere il carattere tipico di qualsiasi innamoramento. Pur restando nella sua ambiguità sul concetto di amore di transfert e avendo scoperto solo differenze insignificanti tra amore di transfert e quello reale, Freud avverte l’analista di procedere come se l’amore manifestato in seduta non fosse reale, consigliando di tenere in pugno la situazione, in quanto in balia di forze inconsce: questo consiglio nasce probabilmente dalle preoccupazioni che Freud aveva riguardo a quel fenomeno non ancora ben definito e chiamato controtransfert. Gabbard (1996), ha insistito sulla questione della differenza tra amore transferale e reale, analizzando gli autori successivi a Freud e ha evidenziato come l’amore nella situazione analitica ha molte più somiglianze che differenze rispetto all’amore in situazioni non analitiche: usa le stesse metafore, indossa le stesse maschere e provoca la stessa varietà di risposte negli altri. Secondo Gabbard la differenza fondamentale sta nell’atteggiamento dell’analista, volto alla riflessione, alla contemplazione e all’analisi, piuttosto che all’azione.

Trasformazioni dell’intervento terapeutico e gestione pratica
In linea generale viene riconosciuta valida la distinzione per cui la forma “benigna” di odio di transfert, come la sua controparte erotica, si manifesta in modo caratteristico nei pazienti con organizzazione nevrotica, mentre la variante “maligna”, come il transfert erotizzato, è più frequente nei pazienti con organizzazione psicotica o borderline (Kernberg, 1984). Ma cosa fare, in seduta, in caso eccessiva erotizzazione o aggressività? Secondo Gabbard (1996) le azioni terapeutiche indispensabili per creare lo spazio analitico in situazioni di intensa erotizzazione o aggressività sono il contenimento, l’interpretazione differita e l’integrazione: il contenimento si riferisce alla capacità dell’analista di pensare, metabolizzare e disintossicare i contenuti mentali che il paziente proietta in lui (Bion 1962). Il differimento e la dilazione dell’interpretazione, secondo Gabbard (1996), vanno attivati per arrivare ai problemi transferali primitivi: l’analista deve sospendere la propria attività interpretativa per tutta dal durata della dinamica distruttiva e, solo dopo tale dinamica, le funzioni profonde svolte dall’erotizzazione e dall’odio, mentalmente annotate durante il processo di contenimento, possono essere interpretate. Si arriva così alla fase di integrazione: ricollegare le isole di amore con i nuclei dell’odio restituisce al paziente il senso della propria soggettività.
Inoltre, Bion W.R. (1962) propone l’apprendere dall’esperienza, mentre Clarin, Yeomans e Kernberg (2006) indicano la psicoterapia per personalità borderline concentrandosi sulle relazioni oggettuali. Etchegoyen (1986) e altri autori hanno sviluppato ulteriori strumenti per gestire controversie transferali e controtransferali anche in contesti non puramente psicoanalitici, evidenziando l’importanza dell’alleanza terapeutica e dell’uso di mentalizzazione (Fonagy, Target, 2001). Le dinamiche di trasferimento si estendono oltre la relazione singola analista-paziente: nella pratica di gruppo, il trasferimento multiplo e l’alleanza di gruppo diventano elementi chiave per una psicoterapia di gruppo in cui emergono le proiezioni sui membri del gruppo e l’intera dinamica dell’aula/gruppo di lavoro.
Il transfert si verifica quando il paziente sovrappone le sue precedenti esperienze interpersonali alla relazione con il terapeuta. Secondo la prospettiva psicodinamica un transfert efficace è facilitato dal terapeuta, se quest’ultimo si presenta come una tabula rasa imparziale. Questo non è l’obiettivo della CBT, dove l’auto-apertura, l’atmosfera empatica, la relazione collaborativa possono prevenire una relazione non sana tra paziente e terapeuta. Per la CBT i segnali rilevatori di transfert efficace includono variazioni non verbali, cambiamenti di tema, balbuzie, pausas e altre manifestazioni, e richiedono attenzione ma non manipolazione.
La gestione del ControTransfert
Applicazioni pratiche nel gruppo psicoanalitico e nelle terapie moderne
Nel GPM, che si caratterizza come contesto di transfert multipli, è fondamentale formare un clima emotivo che favorisca l’espressione della carica emozionale ovvero del transfert. Accanto all’alleanza terapeutica, la relazione reale e genuina coesiste con la fantasia transferale, e la differenza tra queste parti non è problematica se l’obiettivo è permettere al paziente di riconoscere e lavorare sui propri modelli interni. Il gruppo terapeutico richiede un’attenzione particolare alle dinamiche di controtransfert tra i membri, con particolare cura per evitare la proiezione o la manipolazione all’interno del setting di gruppo. Nella pratica clinica, il terapeuta esperto utilizza l’empatia e la riflessività per mantenere la relazione entro limiti professionali, permettendo al paziente di esplorare le proprie dinamiche affettive senza dipendenza patologica dal terapeuta.
La letteratura sostiene che la relazione terapeutica è un fenomeno complesso e osservabile con rigore scientifico limitato, e che transfert e controtransfert sono dinamiche umane inevitabili. Rugle e Rosenthal descrivono come la relazione inizi con il primo contatto e come l’aiuto possa nascere dall’interazione stessa. La pratica clinica sottolinea l’importanza di evitare approcci interpretativi o confrontativi troppo precoci, soprattutto in contesti di dipendenze, e di suddividere la relazione tra più operatori per mantenere stabilità e sicurezza nel paziente. In questo contesto, la dinamica transferale può essere “spiegata” non come ostacolo ma come opportunità di comprensione profonda e di crescita psico-relazionale per tutte le parti coinvolte nell’intervento terapeutico.
Il transfert erotico, positivo o negativo, rappresenta una chiave di lettura di bisogni affettivi involuti e di carenze infantili. L’analista deve mantenere confini chiari, utilizzare l’interpretazione in modo calibrato e promuovere l’autonomia del paziente. Il controtransfert va riconosciuto, etichettato e gestito con riflessione e controllo da parte dell’operatore, evitando di proiettare proprie dinamiche sul paziente. Le tipologie di controtransfert includono otto categorie descritte nella letteratura, tra cui disorganizzato, troppo coinvolto, genitoriale e critico, tra le altre.
- Trasferimenti multipli nel setting di gruppo richiedono una gestione attenta delle dinamiche tra pazienti e tra terapeuti.
- La funzione del trasferimento nel gruppo è offrire una leva per comprendere meccanismi relazionali profondi e radici infantili.
- Il controllo del controtransfert è essenziale per salvaguardare l’alleanza terapeutica e per facilitare lo sviluppo delle autonomie del paziente.
In conclusione, il transfert si mantiene come cardine della psicoterapia psicodinamica e, in forma aggiornata, come strumento di comprensione delle relazioni interpersonali nel setting clinico moderno. La gestione equilibrata di transfert e controtransfert permette di trasformare la proiezione in una dinamica di cura e di crescita, sia in contesti individuali che di gruppo.
