Gruppo Ciclistico Viterbese: Un Legame di Passione e Condivisione
La storia del Gruppo Ciclistico Viterbese è intessuta di passione, amicizia e di un profondo amore per la bicicletta, un mezzo che ha unito persone di ogni estrazione sociale in un comune intento di svago e aggregazione. Questo sodalizio, nato e prosperato a Viterbo, rappresenta un vivido esempio di come lo sport possa fungere da collante sociale, creando legami indissolubili tra i suoi membri.
Le Origini e la Vita del Gruppo
Il pensiero che stuzzica è quello di parlare di episodi accaduti a me o ad amici con i quali ho trascorso periodi di svago. Tra i cicloamatori erano presenti operai, meccanici, medici, infermieri, industriali, insegnanti, impiegati comunali: eravamo un gruppo affiatato, assetato a incontrarci più spesso, fissandoci l'appuntamento, specialmente la domenica mattina, in via Raniero Capocci, nelle immediate vicinanze della sede del Gruppo, che era nei locali del retro Teatro dell’Unione. Questa diversità di professioni e provenienze non creava divisioni, ma arricchiva l'esperienza collettiva, offrendo prospettive differenti e creando un ambiente stimolante e inclusivo.
La routine domenicale era un rito quasi sacro. La mattina, di prima ora, si faceva colazione in famiglia, un momento intimo prima di indossare gli abiti del corridore. Questi consistevano in un paio di pantaloncini, la caratteristica maglietta gialla recante la scritta del Gruppo Ciclistico Viterbese, i guanti e il caschetto, divenuto obbligatorio negli ultimi anni. Con questo equipaggiamento, si partiva alla grande, pronti ad affrontare le strade e a godere della compagnia reciproca.

L'Esperienza Personale e il Senso di Appartenenza
Riferisco ciò che provavo in quei momenti: mi sentivo più giovane di quello che ero. Notavo che ero benvoluto, del resto dovevo molto alla massa del gruppo perché ero uno degli ultimi a essermi iscritto fra i cicloamatori. Infatti, nelle prime uscite ho sempre trovato chi mi si affiancava o chi mi "tirava", standomi avanti per tagliarmi l'aria, in modo da agevolarmi. Questo altruismo e supporto reciproco erano pilastri fondamentali del Gruppo Ciclistico Viterbese. Non si trattava solo di pedalare, ma di sostenersi a vicenda, di condividere la fatica e la gioia della corsa.
Ricordo vari nomi tra coloro che la domenica uscivano insieme: Augusto Zanobbi, Guido Selvaggini, Fernando Anselmi, Giambattista Laurenti, Alberto Gaudenzi, Alfredo Pacifici, Domenico Bernardini, Augusto Bernardini, Gino Guerra, Bruno Zanobbi, Ranocchiari, Luigi Gobattoni e tanti altri, che la memoria ha dimenticato, con dispiacere a causa della terza età. Ogni nome evoca un volto, un sorriso, una storia condivisa, un frammento prezioso di un passato collettivo.
La Passione per le Biciclette e i Miti del Ciclismo
Il giorno che acquistai la bicicletta, non trovai subito una "Bartali", da me desiderata. Ero tifoso di Gino Bartali, e il desiderio di possedere una bicicletta che portasse il nome del mio idolo era forte. Infatti, Vittorio Ranaldi, sprovvisto di quella bicicletta, in fase provvisoria, mi consegnò una bicicletta "Coppi" con l'impegno di soddisfare la mia richiesta. Questo aneddoto sottolinea la profonda connessione tra il ciclismo amatoriale e i grandi campioni che ne hanno fatto la storia.
L'entusiasmo per le biciclette non si limitava al possesso, ma si estendeva alla celebrazione dei simboli del ciclismo italiano. Avevo invitato l'amico Gino Bartali per fargli ricevere, dalle mani dell'assessore Domenico Mancinelli, una targa ricordo di Viterbo, cosa che fu portata felicemente a termine. Questo evento, carico di significato, testimoniava il rispetto e l'ammirazione che il Gruppo nutriva per le figure iconiche dello sport.
Fra i vari ricordi, non posso non rinverdire quanto accadde il giorno che acquistai la bicicletta "Bartali". Andai a casa, mi vestii alla perfezione con la divisa da cicloamatore e, con tutto l'entusiasmo che avevo represso per qualche giorno, mi avviai con una certa dimestichezza verso la bottega artigiana di calzolaio del mio babbo, in Viterbo, Via della Pace n. 81, dove lui mi aspettava. Questo momento personale, segnato dall'acquisto del tanto desiderato mezzo, si carica di un valore quasi sacro, un passaggio di testimone tra generazioni e un tributo alla passione che animava il protagonista.

La Sicurezza Stradale: Una Sfida Continua per i Ciclisti
Purtroppo, la passione per il ciclismo non è esente da pericoli, come dimostra il tragico episodio che ha visto coinvolto un socio del Gruppo Ciclistico Viterbese, Valerio, investito da un'auto mentre si allenava. Questo evento, ancora fresco nella memoria, solleva questioni cruciali riguardo alla sicurezza stradale e alla convivenza tra ciclisti e automobilisti.
Il dialogo che segue tra un ciclista e un automobilista, purtroppo, riflette stereotipi e incomprensioni ancora diffuse:
"Ciclista: Ciao, lo sai che Valerio l’altro giorno, mentre era in bici, è stato investito da una macchina?Automobilista: Sicuramente stava in mezzo alla strada. Questi ciclisti ancora non capiscono che devono andare in fila indiana!Ciclista: Beh, in realtà Valerio era solo. La macchina l’ha stretto e urtato in un incrocio. E poi questa storia della “fila indiana” andrebbe chiarita. Il Codice della Strada dice che i ciclisti possono pedalare affiancati nei centri abitati, se non ci sono particolari condizioni di traffico. La fila indiana è obbligatoria solo fuori dai centri abitati. Inoltre, diverse proposte di legge stanno cercando di cambiare questa impostazione, perché le statistiche dimostrano che pedalare affiancati rende il ciclista più visibile e meno vulnerabile."
Questo scambio evidenzia una disinformazione dilagante riguardo alle normative del Codice della Strada e ai benefici della visibilità offerta ai ciclisti che pedalano affiancati. La tendenza a incolpare la vittima, un classico fraintendimento, oscura la realtà dei fatti e le responsabilità.
"Automobilista: Sì, ma basta con questi ciclisti che vogliono usare le strade. Andassero nei boschi!Ciclista: No, guarda che non è così. Le strade pubbliche sono di tutti: automobilisti, pedoni, motociclisti e ciclisti. Forse dovremmo imparare a vedere la strada come uno spazio condiviso, dove il rispetto reciproco è la prima regola.Automobilista: Sarà pure, ma le macchine devono avere la precedenza.Ciclista: In realtà dovremmo introdurre anche in Italia un principio già presente in molti Paesi europei: chi è più forte deve proteggere chi è più debole. Significa che camion e auto devono dare priorità a pedoni e ciclisti. Quando questo principio diventa parte della cultura collettiva, gli incidenti diminuiscono e la convivenza migliora."
La visione della strada come spazio condiviso, dove prevale il principio della protezione dei più deboli, è un concetto fondamentale per una mobilità più sicura e inclusiva. L'introduzione di un principio simile a quello di "chi è più forte protegge chi è più debole", già adottato in diverse nazioni europee, potrebbe rappresentare un passo significativo verso la riduzione degli incidenti e il miglioramento della convivenza stradale.
SICURI IN BICICLETTA: Circolazione su strada
"Automobilista: A me sembrano tutte sciocchezze.Ciclista: Capisco, e purtroppo questa rabbia la vedo spesso anche sui social. Commenti offensivi, battute, inviti a “stare a casa”… è un segnale di quanto sia radicata l’intolleranza verso chi sceglie la bicicletta."
L'intolleranza manifestata sui social media, con commenti offensivi e dispregiativi, è un sintomo preoccupante di una cultura che fatica ad accettare la presenza dei ciclisti sulle strade. Questa ostilità, purtroppo, non è un fenomeno isolato.
"Ciclista (continua): E se guardiamo i numeri, diventa chiaro dove sia il vero problema. Nel 2024 si sono registrati oltre 170 mila incidenti con feriti, più di 3.000 morti e oltre 230 mila persone lesionate. Le cause principali? Distrazione, mancato rispetto delle precedenze e velocità eccessiva, tutte legate alla guida dei veicoli a motore. Il costo sociale supera 22 miliardi di euro l’anno, e solo nei primi tre mesi del 2025 sono già morte più di 90 persone a piedi e quasi 50 in bicicletta. È evidente: i ciclisti non sono il problema. Siamo parte di un sistema stradale dominato dalle auto, e proprio per questo esposti a rischi enormi."
Le statistiche sugli incidenti stradali parlano chiaro: la stragrande maggioranza degli incidenti è causata da comportamenti scorretti dei conducenti di veicoli a motore, come distrazione, eccesso di velocità e mancato rispetto delle precedenze. I ciclisti, lungi dall'essere la causa principale dei problemi, sono spesso le vittime più vulnerabili in un sistema stradale dominato dalle automobili. I numeri del 2024 e dei primi mesi del 2025 evidenziano una realtà drammatica, in cui le vite spezzate e le persone lesionate sono il risultato di una cultura stradale che necessita di un profondo cambiamento.
"Automobilista: Però quando ho fretta, è difficile aspettare.Ciclista: Lo so. Ma bastano pochi secondi e un metro e mezzo di distanza per salvare una vita. Il sorpasso “stretto” è una delle prime cause di incidenti mortali per i ciclisti.Ciclista: Può cambiare, se iniziamo a parlarne. Bisogna investire nella sensibilizzazione: cartelli che ricordino la distanza di sicurezza sulle strade, lezioni di educazione stradale nelle scuole, autoscuole che formino davvero i futuri conducenti. E servono amministrazioni coraggiose, capaci di mettere la sicurezza delle persone al primo posto. Perché la strada è di tutti. Perché la strada è di tutti. E un metro e mezzo di rispetto può bastare per tornare a casa."
La soluzione non risiede nell'eliminare i ciclisti dalle strade, ma nell'adottare un approccio basato sulla prevenzione, sull'educazione e sulla condivisione dello spazio pubblico. La richiesta di un metro e mezzo di distanza durante i sorpassi, un gesto di semplice rispetto, può letteralmente salvare vite. Investire nella sensibilizzazione, nell'educazione stradale fin dalla giovane età, e nella formazione di conducenti consapevoli è fondamentale. Le amministrazioni pubbliche hanno un ruolo cruciale nel promuovere politiche che mettano la sicurezza delle persone al primo posto, riconoscendo che la strada è un bene comune. La storia del Gruppo Ciclistico Viterbese, con le sue gioie e le sue sfide, ci ricorda l'importanza di una mobilità che sia non solo appassionante, ma anche sicura e rispettosa per tutti.

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