Fukushima negozi: memoria, ricostruzione e vita locale dopo il disastro
Sono trascorsi 15 anni dal disastro di Fukushima. Era l'11 marzo del 2011 quando un terremoto di magnitudo 9.0 causò nella centrale giapponese uno dei disastri nucleari più gravi mai registrati, dopo l'incidente di Chernobyl. Il terremoto, con epicentro in mare, generò uno tsunami che colpì la parte settentrionale del Paese asiatico. Il terremoto fu registrato alle 14:46 locali (6:46 italiane) in pieno oceano, a 130 chilometri a est della città di Sendai, 373 chilometri a nord-est di Tokyo. Il sisma provocò uno tsunami in grado di generare onde superiori ai 10 metri, con punte di 40 metri, che si abbatterono sulle coste del Giappone. Il maremoto causò gravi incidenti alla centrale nucleare di Fukushima dove, complici anche i guasti al sistema di raffreddamento, furono interessati i reattori numero 1, 2 e 3.
Uno studio dell'università giapponese di Kanazawa, pubblicato sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (PNAS), a sette anni dal disastro, ha rivelato che a seguito dell'incidente del 2011, la sabbia di 8 spiagge che si trovano a circa 100 chilometri dall'impianto nucleare di Fukushima conterrebbe il cesio-137: una forma radioattiva di questo metallo generata come sottoprodotto della fissione nucleare dell'uranio. Le quantità di questo elemento sarebbero dieci volte superiori nelle falde acquifere.
A oggi i problemi della regione colpita dal disastro nucleare sarebbero ancora le acque radioattive, la contaminazione del suolo e lo smaltimento del combustibile nucleare e un notevole aumento di casi di problemi alla tiroide nei bambini. Circa 20.000 degli oltre 160.000 residenti evacuati a Fukushima non sono ancora tornati a casa. Lo stato e il contenuto dei tre reattori fusi nell’incidente sono ancora in gran parte avvolti nel mistero. Non sembra, infatti, che sia stato ancora rimosso tutto o parte del combustibile. Quindi, circa 880 tonnellate di combustibile nucleare fuso rimangono all’interno dei tre reattori danneggiati e per rimuoverlo ci vorrebbero 30-40 anni.
Fukushima is renowned for its delicious fruits, and a wide variety of direct-sale farmer's fruit stalls, 30 minute all-you-can pick tourist orchards, and other fruit attractions can be found among the vast fruit fields and orchards that line the "Fruit Line," which is the nickname for a road that runs for 14 km along the base of Mt. Azuma, and the "Peach Line (National Road 13)," which runs along the train tracks. The Kura Café Sen no Hana is located on the grounds on Kunitaya Miso Factory in a remodeled kura (storehouse). Try the local flavors of Fukushima cuisine with their lovely lunch items featuring locally Nihonmatsu-produced miso and soy sauce. There are also many other menu items to appreciate, such as amazake, Mongolian-style tea, and coffee. Their fair prices and delicious cuisine make them popular with locals and visitors alike.
The amazake, a nonalcoholic drink made from koji, or fermentation starter, is popular with guests. As for food, the zaku zaku soup is a traditional soup of chunky cubed vegetables which is eaten on special occasions like festivals and ceremonies, it is a famous Nihonmatsu specialty. on Sundays). Next door to the Kura Cafe Sen no Hana, guests can also visit the Kunitaya Miso Factory. The redwood lattice of the exterior is especially attractive. In addition to the tours, the Factory also sells miso, soy sauce, and koji, which is used to make Fukushima’s famous 'sagohachi' pickles.All the products for sale are made at the Kunitaya Miso Factory and use pure water from Mt. Adatara and locally grown ingredients. It’s a great way to get the fresh flavors of Fukushima Prefecture.
Tsurugajo Kaikan is a shopping complex next to Tsurugajo Castle. Here you can try local cuisine, from Wappa Meshi and Sauce Katsudon, to soba noodles and Kitakata Ramen. The French restaurant "Racines" is also on the premises, so that both Japanese and western-style cuisines can be enjoyed in one location. The restaurants have seating for approximately 1,000 guests. The first floor contains a tax-free shop that sells local Aizu goods and souvenirs, from ready-to-cook Kitakata Ramen, soba noodles, Japanese pickles, and sweet treats, to traditional crafts like Akabeko lucky red cow.You can even try painting your own akabeko cow (a traditional folk toy which is said to bring luck), and take it home as a souvenir of your trip. Painting an akabeko takes about 30 minutes, and a reservation is required for groups. The parking area accommodates full-size buses as well as personal vehicles.
Fukushima’s sake is renowned across Japan, and Nihonmatsu is known in particular as a region with great sake production and high-grade sake producers. Using water from Mt. Adatara, the sake of the area is characterized by a mellow taste and is popular with sake lovers around the world. Himonoya Sake Brewery was established in 1874 and specializes in Senkonari sake; Senkonari is named after the battle standard "Sennari Hyotan (1000 Gourds)" of Toyotomi Hideyoshi, the famous military leader and one of the great unifiers of Japan. The sake at Himonoya is a local secret that many outsiders, even Japanese, don’t know about. To get real sake-brewing experience, be sure to visit on a winter morning, when the sake brewing art begins and most of the day’s tasks are performed. Because Himonoya Sake Brewery operates in a traditional and artisanal manner, it only makes sake during the winter season (a centuries-old rule). The tours and sake tasting offered at this old-fashioned brewery are available by reservation and are a treat to anyone with a taste for Japanese sake, or Nihonshu. These sake brewery tours are free for groups of one to ten people and take only 30 minutes to experience the brewing process. Guests should be legal Japanese drinking age (20 years of age or older) in order to enjoy the free tasting.
È domenica e la sala ristorante del community center Michinoeki Namie è piena di famiglie che si ritrovano per pranzo. L’edificio è nuovissimo, si sente ancora profumo di legno nuovo. La sala, molto grande, ospita tavolini all’occidentale dove tutti siedono in attesa di sentir chiamare il proprio numero d’ordine. Le salette più piccole, alla giapponese, sono occupate da bambini che sonnecchiano sui tatami mentre i rispettivi genitori si godono la tranquillità del fine settimana. Le specialità di oggi sono gli yakisoba con carne di manzo e “salsa speciale Namie” e i bianchetti kamaage shirasu serviti su riso bianco. Il sake, così come il riso, il pesce e la frutta, è locale: viene dalle campagne e dalla costa di Fukushima. I terreni sono stati decontaminati dal fallout atomico grazie alla rimozione degli strati superficiali su cui si era sedimentato il cesio-137 o radiocesio. Gli studi successivi hanno dimostrato che il programma di decontaminazione è stato efficace nelle aree trattate, sebbene il sessantasette percento del radiocesio sia rimasto su tutti i paesaggi boschivi. La persistenza dell’isotopo radioattivo è ovviamente un pericolo per la salubrità delle zone coinvolte oltre che un ostacolo alla ripresa delle attività economiche legate allo sfruttamento del legname. Nei campi su cui il programma ha avuto successo, tuttavia, le coltivazioni sono riprese e, almeno per ora, sembrano mantenere tutti gli standard sanitari richiesti.
“L’11 marzo 2011, le onde dello tsunami alte quasi quindici metri si abbattono sulla terraferma giapponese a una velocità di settecentocinquanta chilometri orari”. Tutti i prodotti serviti in tavola possono essere anche acquistati al mercato che occupa l’altra ala dell’edificio, in cui a dare il benvenuto c’è la mascotte Ukedon, una ciotola di riso sorridente con una testa di salmone per cappello. Oltre al market e al ristorante, ci sono anche negozi che vendono le eccellenze locali, come il sake che la famiglia Suzuki produce fin dal periodo Edo (1600-1868) e la ceramica Ōborisōma. Lo tsunami del 2011 ha spazzato via l’antica distilleria, che ora è stata ricostruita per continuare la produzione del famoso sake Iwasaki Kotobuki. Anche i laboratori di ceramica, attivi dal Diciassettesimo secolo, sono stati ricostruiti intorno a Namie, e i maestri ceramisti continuano a produrre i delicati celadon smaltati di azzurro. A sinistra: il supermarket di Fukushima. A destra: le mele di Fukushima dal negozio del signor Satō. Namie è una piccola cittadina situata sulla costa della prefettura di Fukushima, in una zona chiamata Hamadōri. Dopo il grande terremoto del Tōhoku e lo tsunami che ha colpito la centrale nucleare di Fukushima Daiichi nel 2011, tutti i cittadini sono stati evacuati, e soltanto da un paio d’anni Namie è tornata alla vita e sta cercando faticosamente di rinnovarsi.
Michinoeki Namie (“stazione stradale di Namie”) è un centro di ritrovo per la comunità inaugurato nell’agosto del 2020, incorniciato dalle montagne a ovest e dall’oceano a est, destinato a essere il punto di riferimento delle persone che desiderano tornare a vivere nella regione. Oltre ai pannelli solari, il community center di Namie utilizza l’energia prodotta presso il Fukushima Hydrogen Energy Research Field (FH2R), una delle basi di produzione di idrogeno più grandi al mondo, allestita per l’illuminazione e il fabbisogno della cittadina. Non è raro trovare sulle strade le nuovissime stazioni di rifornimento per l’energia a idrogeno. Il centro è anche l’hub di partenza per la costruzione di una comunità che funzioni come smart city, le cui attività collettive e familiari siano alimentate da energie rinnovabili. Perché il nucleare, qui, non è più una possibilità.

“Nel gennaio 2024, a tredici anni dal sisma, ho visitato la no-go zone intorno alla centrale nucleare ormai inattiva, con in mano per tutto il tempo un contatore geiger e periodici controlli ai check-point per analizzare i dati e i livelli di radiazione”.
Namie è la prima tappa di un viaggio attraverso la prefettura di Fukushima e lungo i margini della no-go zone evacuata dopo l’incidente alla centrale. Questo del Tōhoku è l’unico incidente nucleare, dopo Cernobyl’, a essere stato classificato di livello 7, il più grave della scala INES. Alle 14:46 dell’11 marzo 2011, un sisma sottomarino di magnitudo 9 della scala Richter colpisce le profondità dell’Oceano Pacifico a settantadue chilometri dalla costa giapponese del Tōhoku, scuotendo i recessi del mare per sei lunghissimi minuti. Circa quaranta minuti dopo, le onde dello tsunami alte quasi quindici metri si abbattono sulla terraferma a una velocità di settecentocinquantanovantacinque chilometri orari.
I resti della centrale nucleare Fukushima Daiichi. Al momento della scossa, nella centrale nucleare Fukushima Daiichi a Ōkuma - che dava lavoro a intere comunità locali, ma la cui energia veniva risucchiata tutta dalla capitale Tōkyō - si mette in moto la procedura di SCRAM, ovvero l’arresto d’emergenza di tutti i reattori come sistema di sicurezza. La centrale utilizza i generatori autonomi, che si sono attivati dopo che il sisma ha interrotto l’approvvigionamento di elettricità, per raffreddare in emergenza i reattori. Quando l’onda dell’oceano raggiunge la centrale, scavalcando le protezioni, allaga tutti gli impianti e mette fuori uso i generatori che alimentavano il sistema di raffreddamento dei reattori 1, 2 e 3 e la linea elettrica che li collegava ai reattori 5 e 6. Una gran parte della prefettura di Fukushima viene presto evacuata, man mano che le radiazioni sono rilasciate attraverso il vento lungo i territori di Futaba, Ōkuma, Namie, Minami Sōma e tutte le altre cittadine adiacenti.
Nell gennaio 2024, a tredici anni dal sisma, ho visitato la no-go zone intorno alla centrale nucleare ormai inattiva, con in mano per tutto il tempo un contatore geiger e periodici controlli ai check-point per analizzare i dati e i livelli di radiazione, generalmente tra 0.1 e 5 microsievert per ora. I microsievert che vengono rilevati sono usati come unità di misura per il danno biologico provocato dalle radiazioni su un organismo. A sinistra: controllo del livello di radiazioni ai check-point. A destra: Laboratori di ceramica nella zona di Ōbori, ormai abbandonati e ancora contaminati dalle radiazioni. Molte delle zone evacuate nel 2011 sono state decontaminate, e nuove case sono state costruite lungo le strade e vicino alle stazioni dei treni. Parecchie delle finestre sono buie e nascondono stanze disabitate, perché quasi nessuno vuole tornare qui: anche superando la paura delle radiazioni - in tre giorni di permanenza nelle zone decontaminate intorno a Namie e Futaba, se ne assorbe una quantità minore o pari a una lastra dentale - di lavoro non ce n’è. Le foreste, e nella prefettura di Fukushima ce ne sono molte, non si possono decontaminare, e ora sono popolate da scimmie e cinghiali che cercano cibo nei villaggi abbandonati.
Come nell’area di Ōbori, che prima era abitata da famiglie di ceramisti e ora ospita soltanto vasi e porcellane, alcune ancora intatte nelle vetrine dei laboratori. Qui, appena si scende dalla macchina, il contatore comincia a rilevare quantità sempre più alte di radiazioni. I villaggi di questa zona sono a ridosso delle foreste e forse rimarranno delle ghost town per sempre. Le case che sono ancora in piedi dal terremoto vengono pian piano demolite. Su alcune strade nei dintorni Ōkuma si può transitare velocemente ma non è consentito scendere dalla macchina, né abbassare i finestrini.
Nell’area tra Namie e Futaba si vedono centinaia di grossi sacchi neri contenenti terra rimossa dai lotti coltivati ormai coperti di radiazioni; i sacchi verranno depositati in magazzini appositi per il contenimento trentennale. Passati i trent’anni, nessuno sa davvero cosa succederà. Mentre attraverso le valli della regione, saltano all’occhio i vasti impianti di pannelli solari che hanno sostituito i vecchi campi di riso non più coltivabili. La regione ha come progetto a lungo termine di contare sull’energia green al cento percento entro il 2041.
“Le case di Namie sono state spazzate via in fretta, e l’unico edificio di allora che si vede oggi, parzialmente in piedi, è la scuola elementare di Ukedo, ora trasformata in un museo”. Se si viaggia lungo la costa si vedono le protezioni in cemento costruite appositamente per proteggere le città da eventuali tsunami futuri. Sono alte circa sette metri; l’onda che ha travolto Fukushima nel 2011 arrivava a quindici. Le case di Namie sono state spazzate via in fretta, e l’unico edificio di allora che si vede oggi, parzialmente in piedi, è la scuola elementare di Ukedo, ora trasformata in un museo. I computer e i libri sono ancora incastrati sulle travi del soffitto e nei buchi dei muri, il pavimento in parquet della palestra si è gonfiato e innalzato per alcuni metri, e altrove è sprofondato, l’acqua del mare è arrivata fino al secondo piano. Da una finestra, in lontananza, spunta la centrale nucleare, a poco meno di sei chilometri. L’orologio della torre segna ancora, e segnerà per sempre, l’orario in cui il mare si è mosso fin qui, le 15:38 dell’11 marzo 2011, meno di un’ora dopo la scossa sismica. A sinistra: Scuola elementare di Ukedo. A destra: Stazione dei pompieri. L’entrata danneggiata dal terremoto è stata forzata per permettere ai mezzi di uscire per le emergenze. Qui tutti i bambini e le bambine si sono salvati: le maestre e i maestri, al momento del sisma, hanno preso l’immediata decisione di far scappare i piccoli verso le colline vicine, una camminata improvvisata di qualche chilometro (in alcuni casi senza scarpe e senza giacche) che ha salvato loro la vita. In altre scuole non si è potuto contare sulla stessa prontezza di spirito. Non è rimasto nessuno a darne testimonianza.
Ripartire è difficile. A Futaba, nella zona della stazione della linea Jōban riattivata da poco, si costruiscono nuove case per chi ha deciso di tornare nelle cittadine in cui è nato e cresciuto. È tornato perfino lo shift supervisor del reattore Daiichi della centrale, protagonista dei tentativi di salvataggio dei reattori nelle ore più disperate durante lo tsunami, e tra i pochissimi che sono riusciti a salvarsi. È tornato a Futaba anche Takasada-san, che è fuggito dalla sua casa sulla costa non appena ha sentito il terremoto, per poi vederla spazzata via meno di un’ora dopo da un’onda abnorme. Ora vive in una delle case nuove, e frequenta spesso gli eventi del nuovissimo santuario shintō che sostituisce quello distrutto. La vita non è la stessa di prima - la moglie non è voluta tornare - ma si è fatto nuovi amici e va avanti con optimismo. La signora Keiko, che pure oggi vive a Futaba, non può abitare nella sua vecchia casa, gravemente danneggiata dal sisma. Un mese dopo l’evacuazione le hanno consentito di entrare per recuperare solo quello che poteva infilare in una busta di plastica. Ora vive in una delle casette nuove, ma non conosce più nessuno. Di molti degli amici e dei vicini di una vita ha perso le tracce in dieci anni fatti di riallocazioni e traslochi. Per lei, ricostruire la comunità è ancora un percorso in salita. A Namie però il community center è sempre affollato, le famiglie fanno la spesa e comprano prodotti locali, forse per darsi lavoro e speranza. Anche io ho mangiato riso di Fukushima e la famosa “salsa Namie”, e ho comprato una bottiglia di sake.
“Sulla prefettura di Fukushima continua a ristagnare una nube densa che quasi non ha niente a che fare con la radioattività: è la distruzione del suo sistema economico e sociale”. Tuttavia sulla prefettura di Fukushima continua a ristagnare una nube densa che quasi non ha niente a che fare con la radioattività: è la distruzione del suo sistema economico e sociale, da regione industriale e agricola in pieno sviluppo a luogo da cui si fugge alla ricerca di nuove possibilità, lontano dallo stigma. Quando il primo ministro Kishida Fumio ha dato il via libera allo sversamento dell’acqua che da anni serve al raffreddamento del nucleo radioattivo della centrale, sui media internazionali si sono rincorsi titoli sensazionalistici, fomentati dalla campagna che la Repubblica popolare cinese porta avanti in chiave anti-giapponese. Quella di Kishida diventa ”una decisione estremamente egoistica e irresponsabile” nelle parole del portavoce del ministero degli Esteri della Cina Wang Wenbin, nonostante l’Agenzia internazionale per l’energia atomica abbia studiato la situazione prima di confermare lo sversamento. L’acqua viene trattata per contenere i livelli di trizio, l’isotopo radioattivo, a circa millecinquecento becquerel per litro, cioè meno di un settimo del valore che le linee guida dell’Oms considerano accettabili per l’acqua potabile. Eppure l’impronta della condanna su Fukushima - non solo per l’area della centrale nucleare, ma per l’intera prefettura - resta lì, immobile, indelebile. Il governo sudcoreano appoggia l’operazione giapponese nel quadro di un riavvicinamento diplomatico tra Seoul e Tōkyō, ma l’opposizione è sul piede di guerra e cavalca le manifestazioni antinucleari in tutto il paese. Al di là di come la si pensi, uno dei problemi di chi vive a Fukushima riguarda i pescatori e gli agricoltori della zona, che dal 2011 vedono il prodotto della loro terra e del loro mare boicottato, rifiutato, consumato solo nei mercati locali. Un pescatore di Iwaki ha raccontato il suo punto di vista al quotidiano Asahi Shinbun: “Non si tratta più nemmeno di sapere se il rilascio delle acque è sicuro dal punto di vista scientifico, o degli indennizzi del governo. Si tratta dell’opinione pubblica. E quindi della propaganda politica”.

Nel frattempo il Ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria, Nishimura Yasutoshi, è sulle pagine dei quotidiani giapponesi in foto che lo ritraggono mentre mangia un sashimi di platessa pescata al largo delle coste di Fukushima. Il Giappone assicura che la maggior parte dei radionuclidi a eccezione del trizio sono rimossi attraverso un processo di purificazione prima che l’acqua finisca in mare e se ne dice sicuro anche il premier Kishida Fumio, immortalato in pausa pranzo nel suo ufficio con un pasto a base di frutti dello stesso mare e accompagnati dal riso raccolto nelle campagne di Fukushima. L’opinione pubblica, intanto, si focalizza sulla causa umana del disastro, guardando alla Tōkyō Electric Power Company (TEPCO) per la gestione dell’emergenza, e alla conseguente risposta del governo. Le critiche, espresse da chiunque senza distinzioni di classe o età, sono sfociate nelle proteste …
