Copertoni usati da Tom Dumoulin al Giro: tra gloria, decisioni e una nuova visione
In queste ore circolano le prime immagini della maglia di campione nazionale olandese che Wilco Kelderman sta indossando al Giro di Polonia. È una delle reinterpretazioni più eleganti delle tradizionali maglie nazionali che sfilano nel gruppo, ma non è questo il motivo per cui continuo a guardarla. Quella maglia racconta una storia iniziata molto prima della vittoria di fine giugno. Perché Kelderman non alzava le braccia al cielo in una corsa in linea da undici anni.
Undici stagioni trascorse ai massimi livelli del ciclismo mondiale, senza però riuscire a trasformare in vittoria quel talento da predestinato che si portava dietro da ragazzo. Una bella storia di sport, destinata a consumarsi nello spazio di una domenica. Perché da oltre vent’anni, ogni volta che apro un ordine d’arrivo, finisco sempre per cercare il suo nome. Il Giro della Basilicata juniores, alla fine degli anni Novanta, si correva appena prima del Lunigiana. La vera rassegna mondiale della categoria, i cui ordini di arrivo anticipavano le classifiche che avremmo ritrovato pochi anni dopo al Tour de France.
Ma proprio per questo le grandi nazionali attraversavano l’Europa qualche giorno prima e scendevano anche in Basilicata. Ricordo ancora quando arrivava la Rabobank con quei ragazzini biondi. Erano nostri coetanei, ma sembravano già professionisti. Quelle Colnago arancioni erano identiche a quelle dei loro compagni più grandi al Tour de France. Tutto era perfetto: biciclette, abbigliamento, organizzazione. Loro sembravano il futuro. Io correvo con una bici d’acciaio e una maglia celeste un po’ sblusata, sulla quale campeggiava una gigantesca scritta “Basilicata”.
In una tappa riuscii perfino ad arrivare settimo, ma quando dopo pochi giorni quel circo si spostò in Lunigiana, ricordo che arrivai all’ultima tappa senza più gambe e mi ritirai perché non riuscivo più a tenere le ruote nemmeno del fine gara. Qualche anno dopo Wilco Kelderman avrebbe chiuso quella stessa corsa al secondo posto, come capita ai corridori destinati a qualcosa di grande. Lui diventò uno dei talenti più attesi della sua generazione. Cronoman formidabile, elegante in salita, uno di quei corridori completi che sembravano destinati a vincere i grandi giri a tappe.
Nei primi anni da professionista mantenne quasi tutte le promesse. Vinse per due volte la classifica dei giovani al Delfinato, fece altrettanto in diverse brevi corse a tappe, concluse settimo il Giro d’Italia e quarto la Vuelta. Era sempre lì. Il Giro del 2020 sembrò finalmente il momento giusto. Sullo Stelvio Kelderman conquistò la maglia rosa e riportò la Sunweb nella posizione di vincere il Giro. Ma quello stesso giorno la squadra si ritrovò con due uomini in lotta per la classifica generale: lui e il più giovane Jai Hindley. Da quel momento cambiò qualcosa. Sul finale dello Stelvio Kelderman perse contatto da Tao Geoghegan Hart e si aspettava l’aiuto del compagno per rientrare, ma l’ammiraglia fece una scelta diversa.
Wilco vestì la maglia rosa, ma l’equilibrio tattico di quel Giro si era ormai spezzato. Non era la prima volta che, nel momento decisivo, mancava qualcosa. Nel 2017, sul Blockhaus, una moto della polizia provocò la caduta di Kelderman e Geraint Thomas mentre erano in testa con i migliori. In altre occasioni furono un fotografo, un contatto in gruppo, un episodio di corsa. Cambiavano le circostanze, non il copione. Wilco si rialzava sempre. Tornava tra i migliori. Per questo, quando il ciclismo entrò nell’era dei fenomeni capaci di riscrivere ogni parametro, molti smisero di aspettare l’esplosione di Wilco Kelderman.
Ogni tanto riprendevo la bicicletta, ma senza obiettivi. La vita aveva preso altri ritmi. Del ciclismo mi era rimasta soprattutto la passione di guardarlo in televisione, o di rincorrerlo a maggio in qualche paese vestito di rosa. E così, quasi senza accorgermene, continuavo a fare una cosa che andava avanti da vent’anni. Se trovavo una Gazzetta aperta su un tavolo, finivo sempre ai trafiletti di ciclismo. Dai piccoli raduni domenicali, mi ritrovai in una squadra amatoriale e, quasi senza accorgermene, catapultato in un ciclismo completamente diverso da quello che avevo lasciato. Più scientifico, più veloce, più competitivo.
Ho ricominciato a vincere qualche corsa. Ma, soprattutto, ho scoperto che ciò che mi dava più soddisfazione non era più tagliare il traguardo per primo. Mi appassionava costruire la corsa, leggere gli avversari, organizzare la strategia della squadra. Negli ultimi anni avevo raccolto tante soddisfazioni anche tra gli amatori. Ma spesso erano vittorie costruite da solo, in un ciclismo in cui ciascuno pensa per sé. Sentivo che mancava qualcosa. Da fuori poteva sembrare una forma di resa al tempo e alle ambizioni. Sapevo di poter offrire qualcosa che oggi è diventato raro: l’arte silenziosa di fare la corsa. Suggerire i movimenti giusti, tenere unito un gruppo, leggere l’aria prima che la fuga parta.
Perché un buon regista non smette mai di essere un corridore: semplicemente, comincia a vincere anche attraverso le gambe degli altri. Quando Wilco Kelderman approdò alla Visma, quella decisione mi colpì. Non sembrava la rinuncia di un corridore in declino, ma la scelta lucida di chi aveva capito come continuare a essere decisivo in un ciclismo che stava cambiando. Soltanto anni dopo, ritrovandomi davanti a una scelta per certi versi simile, ho capito fino in fondo quella decisione. Non era stata soltanto coraggiosa. Non era più il ragazzo della Rabobank che, da juniores, sembrava destinato a vincere tutto. Prima alla Bora, poi alla Visma, il suo ruolo era cambiato.
Attorno a lui c’erano ormai campioni generazionali destinati a riscrivere le gerarchie del ciclismo moderno. Kelderman non era più chiamato a costruire la propria classifica, ma quella dei suoi capitani. Per chi guarda il ciclismo da fuori, un gregario è semplicemente chi rinuncia a vincere perché vinca il capitano. Si dice che le squadre che vincono il Tour abbiano gregari che sarebbero capitani in altre formazioni. Forse è questo il destino dei registi. Per questo, quando qualche domenica fa molti hanno raccontato la vittoria di Wilco in Olanda come un miracolo sportivo, io ci ho visto qualcosa di diverso.
Ripensandoci oggi, credo sia per questo che la vittoria di Kelderman ai campionati olandesi mi ha emozionato più di tante altre: non perché Wilco Kelderman avesse finalmente spezzato un digiuno di undici anni. Ci sono corridori che lasciano il segno dominando. Altri lo fanno restando, anno dopo anno, all’altezza dei migliori, accettando di cambiare ruolo senza cambiare passione. Kelderman appartiene pienamente a questa categoria. Ha rinunciato ai riflettori, non alla qualità. È passato quasi un mese da quella vittoria. La cronaca è già diventata passato. Quella maglia nazionale, invece, continua a raccontare la sua storia. Cucire il tempo ha preteso undici anni di lavoro silenzioso, di cadute, di coraggio nel cambiare pelle senza mai cambiare passione. È arrivata tardi soltanto per chi guarda il ciclismo con superficialità.

Aux Champs-ÉlyséesL’ultima istantanea del Tour de France 2026 non ha nostalgia sullo sfondo, bensì la sensazione che il presente basti - e a tratti esondi - in questo ciclismo. Poi la tentazione di guardare indietro e tirare fuori i ricordi c’è sempre quando si parla di corridori e biciclette ma non avrebbe senso. Non stasera. Proprio questa mattina in radio, frequenza disturbata da una strada di montagna, qualcuno parlava della “passerella di Parigi” ed anche questo è un modo di dire che affonda radici in quel che sempre è accaduto sugli Champs-Élysées ed in quell’ultimo giorno che era una festa a fare da cornice alla volata finale.
Greipel triumphs in the final Sprint on the Champs-Élysées
Invece stasera, aux Champs-Élysées, c’è Mathieu van der Poel che, subito dopo aver tagliato il traguardo, cerca una transenna, vi si appoggia con i polmoni frantumati dallo sforzo, l’acido lattico chissà dove e un cuore grosso così. Jasper Philipsen lo cerca, lo scuote, lui si sgancia dalla bicicletta e resta per terra, faccia a faccia con la strada di Parigi, con il suo pavè, sotto una transenna. Mathieu van der Poel ha vinto aux Champs-Élysées, nell’ultima tappa del quinto Tour de France di Tadej Pogačar.
Quello di Remco Evenepoel felice ed incazzato, quello di Mads Pedersen senza fine e di Paul Seixas di coraggio e gioventù. Quello di Baptiste Veistroffer che ci ha provato anche oggi e che bello che sia accaduto, quello di Adam Yates che, aux Champs-Élysées, era davanti a tirare il gruppo e solo lui sa quanto ha patito in questi giorni, quello di Jonas Vingegaard che è mancato prima che a tutti gli altri proprio al suo rivale, a Tadej Pogačar, ed è tornato a casa guardando per aria e facendo una smorfia dal dolore.
Quello di Xabier Azparren che, salendo a Montmartre, ha invitato tutta la gente lassù a fare rumore e sapeva che lo avrebbero ripreso. Quello di Juan Ayuso che un giorno ha patito, ha pagato, ha perso tutto, appoggiato a una transenna come van der Poel ma rotto dentro, ed il giorno dopo ha avuto il coraggio di ripartire e attaccare. Mica facile. Quello di Carapaz e Kuss, quello di Torstein Træen. Quello di Cees Bol, ultimo, ma aux Champs-Élysées. Aux Champs-Élysées, grazie a Montmartre, non c’è stato un attimo di quiete, pois e bollicine. L’hanno accesa ancora loro: Tadej Pogačar, Mathieu van der Poel, Remco Evenepoel e Mads Pedersen. La prima volta. Solo Tadej Pogačar e Mathieu van der Poel, l’ultima volta.
Anzi, in ordine inverso, perché all’ultimo passaggio da Montmartre van der Poel ha fatto una delle sue accelerazioni e anche Pogačar ha dovuto faticare per rientrare. L’anno scorso gli era andato di traverso Wout van Aert, quest’anno van der Poel. L’anno scorso sotto la pioggia, quest’anno al sole, per citare la canzone che si intitola come questo pezzo. Crediamo volesse provare a prendersi anche Parigi e ci ha provato. Solo l’inseguimento del gruppo ai due di testa sarebbe valso il prezzo del biglietto, che non c’è, perché ci si arrampica ovunque per guardare e nessuno dice nulla visto il ciclismo ha i suoi avamposti, i più impensabili, che si tratti di ruvida periferia, di montagna verticale, di discesa scoscesa o di città elegante e infiocchettata.

Mathieu van der Poel e Tadej Pogačar sul rettilineo finale e il gruppo che li bracca da vicino. C’è davvero tutto quel che si vuole aux Champs-Élysées. Entrambi sanno che il pericolo è imminente: Pogačar lo vede, lo sente e si arrende, van der Poel lo vede, lo sente, e quasi tira su la bicicletta da terra pur di fare ancora un metro in più. La volata lo coglie in questo sforzo, mentre il suo compagno di squadra, Jasper Philipsen, fa la volata solo per poterlo indicare con un dito e la fotografia del traguardo coglierà il particolare.
Bisogna essere aperti all’ignoto da queste parti, a quello che nessun romanziere, pur ispirato, potrebbe scrivere. Mathieu van der Poel lo è stato. La sua orchestra mille corde è quel pezzo di strada dopo l’arrivo, tutte quelle voci, quei rumori, quei suoni, ascoltati da terra. Tutto quel mondo frenetico visto dal basso. Quando il sole va giù così, quando il Tour de France finisce così, si ha la tentazione di lasciarsi andare ad un pizzico di rammarico e guardare vecchie foto. Ma no, non sarebbe giusto. Questo presente non ce lo consegnereà nessuno, una nuova volta.
