Ciclisti nelle Forze Armate: Dalla Prima Guerra Mondiale allo Sport Moderno
L'uso della bicicletta in ambito militare, sebbene possa sembrare un retaggio del passato, ha una storia ricca e significativa, intrecciata con l'evoluzione tecnologica e tattica delle forze armate. Dalle prime, rudimentali applicazioni nella seconda metà del XIX secolo, fino al ruolo attuale degli atleti militari negli sport agonistici, il velocipede ha dimostrato una sorprendente capacità di adattamento e persistenza. Questo articolo esplora la nascita, lo sviluppo e il perdurare dell'impiego ciclistico nelle forze armate, con un focus particolare sull'esperienza italiana, evidenziando come questo mezzo, apparentemente semplice, abbia rappresentato uno strumento di agilità, forza e resistenza in contesti bellici e agonistici.

Le Origini Militari della Bicicletta: Agilità e Resistenza sul Campo di Battaglia
Fucile in canna, pedali a sega e tendini d’acciaio: le biciclette militari evocano un condensato di agilità, forza e resistenza. Se il primo uso bellico documentato di una bicicletta risale alla guerra franco prussiana (1870) - quando il britannico Rowley Turner fuggì pedalando da Parigi sotto il fuoco nemico - le biciclette diventarono a tutti gli effetti “militari” intorno al 1875, proprio in Italia. Inizialmente, l'idea di impiegare biciclette in contesti militari nacque dalla necessità di velocizzare le comunicazioni e il movimento delle truppe. I primi modelli erano pesanti (circa 30 kg), costruiti in legno e ferro, con ruote di diametro disuguale, rendendoli instabili e faticosi da usare. I mozzi, privi di cuscinetti, richiedevano una lubrificazione costante. Nonostante queste limitazioni, si comprese presto il loro potenziale per velocizzare l'opera delle staffette portaordini.
L'Innovazione Italiana: I Bersaglieri e la Bicicletta Pieghevole
L'Italia, in particolare, giocò un ruolo pionieristico nell'integrazione della bicicletta nelle proprie forze armate. Intorno al 1875, alcuni bersaglieri milanesi, partecipando a titolo personale a una corsa su velocipede, contribuirono a far emergere l'interesse militare per questi mezzi. Presto si comprese che erano ideali, piuttosto, per velocizzare l’opera delle staffette portaordini. Così, una decina d’anni più tardi, ogni reggimento di Bersaglieri si ritrovò ad averne in dotazione almeno tre.
La vera svolta arrivò verso la fine del secolo, grazie all'intuizione del tenente Luigi Camillo Natali, delle fiamme cremisi. Visto il successo della bicicletta pieghevole, da poco inventata, Natali pensò di adattarla all’esercito per massimizzare quello che per i Bersaglieri è, ancor oggi, lo strumento tattico per eccellenza: il movimento. Natali aggiunse così degli spallacci alla bici pieghevole in modo che il bersagliere potesse trasportare il suo “cavallo d’acciaio” sulla schiena, alternando lo spostamento a piedi con quello su ruote, a seconda della qualità del terreno e delle necessità operative. Nel 1895, sedici Bersaglieri ciclisti agli ordini di Natali si esibirono durante le grandi manovre in vari esercizi su salite, fossi e terrapieni. Uno dei più difficili era quello detto “ordine chiuso”: si partiva di corsa, impugnando il manubrio e poi, slanciando indietro la gamba destra, con un balzo si inforcava il sellino.

Il Battaglione Sperimentale Ciclisti e i Primi Modelli Militari
Nel 1907 fu costituito il 1° Battaglione sperimentale ciclisti, il cui addestramento era micidiale: mediamente composto da tragitti di 120 km al giorno, da compiersi in sette o otto ore. Oltre alla fatica, i soldati dovevano sopportare le asperità del terreno, non ben assorbite dalle ruote di gomma piena, antiforatura. I modelli utilizzati erano, all’epoca, quelli delle ditte Bianchi, Carraro, Costa, Rossi-Melli. Alcuni miglioramenti significativi si ebbero con l’adozione di ruote più grandi, dei primi esempi di cambio automatico (almeno per le biciclette degli ufficiali) e, finalmente, di pignoni dotati di cuscinetti a sfere.
Fino ad allora erano state adattate, tuttavia, biciclette di tipo civile che non potevano soddisfare completamente le esigenze dei soldati ciclisti. Si giunse pertanto all’emissione di un bando per la fornitura di biciclette specificatamente militari. Il grande banco di prova per le aziende produttrici fu il concorso indetto, nel 1911, dal Ministero della Guerra per l’adozione di un modello standard militare. Il test, molto esigente, fu eseguito su 3000 km di strade, per gran parte di campagna.
La Rivoluzione del Modello "1912" Bianchi: Verso la Full Suspension
Il modello “1912” Bianchi si distinse per un telaio pieghevole del peso di 14 kg con apposite cinghie per il trasporto a spalla. La trasmissione era a catena e il sistema a ruota fissa permetteva al ciclista di frenare agendo direttamente sui pedali. Ma la vera novità fu che, per la prima volta in assoluto, nella mod. “Bersagliere” la rigidità delle ruote veniva compensata da due ammortizzatori. Nasceva, quindi, la “full suspension”, sistema oggi utilizzato soprattutto per le mountain bike. Incredibile osservare come, già 100 anni fa, un’azienda italiana fosse così all’avanguardia: all’anteriore, l’effetto ammortizzante veniva dato da due piccole sospensioni a braccetto oscillante fissate ai lati della forcella; all’interno di ciascuna era posta una molla il cui carico veniva regolato in base alla pressione esercitata dalla ruota. Il molleggio posteriore era affidato a una lamina di acciaio che fungeva da balestra e fulcro tra movimento centrale e carro basso posteriore.
Le Diverse Configurazioni della Bicicletta Militare
La bicicletta militare, affettuosamente chiamata “Carriola” dai Bersaglieri, era prodotta in varie versioni per adattarsi a specifiche esigenze operative. C'era quella per fuciliere e quella per porta-munizioni che montava le cassette di cartucce sopra la canna e il manubrio. La bicicletta da ufficiale era simile a quella da truppa ma era arricchita da alcuni optional: fanale, freno - anche - posteriore a filo di acciaio, parafanghi, campanello, porta-sciabola anteriore e borsetta porta-attrezzi sotto la sella.
La versione per mitragliere richiedeva un notevole sforzo di coordinamento e spirito di squadra. Poteva trasportare, divisa in tre parti, la mitragliatrice media Fiat-Revelli Mod. ‘14: il treppiede su una bicicletta, l’arma con canna e manicotto di raffreddamento su un’altra, il bidone a pompa per l’acqua sulle spalle di un terzo bersagliere. Erano quindi particolarmente importanti, per i ciclisti mitraglieri, non solo la forza e la resistenza fisiche, ma anche il coordinamento e lo spirito di squadra.
La storia della bicicletta
La Bicicletta Militare nella Grande Guerra e nel Dopoguerra
Con lo scoppio della Grande guerra, i battaglioni ciclisti vennero staccati dai rispettivi reggimenti e impiegati in unione con la cavalleria, ma più spesso con la fanteria. Si distinsero nelle situazioni più critiche: tanto per citarne una, vennero inviati in avanscoperta per la conquista di Vittorio Veneto e del Friuli. Al termine della guerra, la specialità dei Bersaglieri ciclisti venne ridotta, ma nel 1923 conobbe la sua rinascita. Il Regio Esercito richiese anche un nuovo modello aggiornato di bicicletta alla Bianchi, che produsse i modelli “1924” e “1925” dotati di cambio e di un nuovo snodo della forcella posteriore. Il modello 1934, poi, si dotò anche di mezzi parafanghi e di una diversa ruota dei pedali.
Il Museo dei Bersaglieri di Roma, a Porta Pia, conserva preziosi cimeli, tra cui la bicicletta di Enrico Toti (modello civile riadattato dall’eroe per la sua unica gamba) e due bici militari con parte dell’affardellamento che era previsto d’ordinanza: il moschetto Carcano mod. ’91 nelle sue versioni accorciate (‘91/38 e TS-truppe speciali), uno zainetto triangolare centrale, una custodia a sacca sul porta-mantellina posteriore, una gavetta con coperchio e fodera, un’attrezzatura da zappatore, un telo da tenda con relativo bastone.
Vantaggi Tattici e Innovazioni Tecnologiche
Uno dei principali vantaggi della bicicletta militare, che le moto non furono in grado, poi, di rimpiazzare, fu la sua silenziosità. Al velocipede spetta sicuramente la primogenitura come mezzo individuale di trasporto non a trazione animale. Dopo essersi scrollato di dosso la nomea di "dandy horse", e soprattutto con l’avvento della pedivella e l’affermarsi dei modelli tipo Michaux e Grand Bi, la bicicletta inizia a suscitare un crescente interesse nel mondo militare. Il suo impiego si delinea e si afferma definitivamente nell’ultimo quarto del XIX secolo, passando da un mero supporto logistico a uno tattico.
L’Italia è la prima nazione al mondo a vedere il potenziale bellico del velocipede, tant’è che sarà la prima ad utilizzare le Grand Bi, nell’ambito delle manovre del 1875, come servizio di portaordini. Dal 1887 ogni reggimento viene dotato di tre bici fornite dalla ditta Turri e Porro di Milano. Un ulteriore passo in avanti viene fatto nel 1896, quando ogni reggimento italiano viene dotato di quattro biciclette fornite da diverse aziende: Bianchi, Carraio, Costa e Rossi, Turri e Porro. La Germania aveva 21 ciclisti per reggimento, la Russia 8, l’Austria aveva istituito una vera e propria scuola di élite a Wiener Neustadt. È l’Inghilterra, nel 1894, la prima nazione a credere nell’impiego tattico-operativo dei velocipedi con la creazione di una compagnia ciclistica, il 26° Middlesex, formata da cento uomini agli ordini di dieci ufficiali.
La Bicicletta Pieghevole Militare: Un'Innovazione Globale
Le prime biciclette impiegate per usi militari erano delle semplici biciclette civili attrezzate con speciali supporti di aggancio delle borse e dei fucili. Già agli inizi degli Anni ’90 dell’800, però, si avverte l’esigenza di avere delle biciclette speciali caratterizzate non dalla leggerezza bensì dalla robustezza. La prima pieghevole creata è la francese Capitaine Gérard che appare sul mercato anche nel catalogo Peugeot del 1899 e viene realizzata da questa casa in consorzio con la Michelin.
I retroscena che stanno dietro a questo prodotto sono molto interessanti. Siamo infatti nel 1892 quando Charles Morel, industriale del Delfinato (Francia), progetta e realizza un prototipo di bicicletta pieghevole degno di nota. L’anno successivo Henry Gerand, luogotenente dell’esercito francese, teorizza l’idea di una bicicletta pieghevole per uso militare, fa realizzare a suo suocero Henry Noêl un progetto e ottiene il relativo brevetto. Purtroppo la bicicletta avrà tanti e tali difetti da non essere in grado di stare insieme. Le notizie della bici di Gerard che circolano sulla stampa indurranno Morel a contattare il luogotenente per mostrargli il proprio prototipo perfettamente funzionante. Nasce così il 5 ottobre 1894 una joint-venture.

In Italia, invece, il primo impiego tattico si ha a Parma il 15 marzo 1898, alla scuola centrale di tiro, dove il Generale Carlo Ferraris fonda la prima compagnia dei bersaglieri ciclisti mettendola sotto il comando di quel capitano Luigi Camillo Natali che da almeno un decennio sosteneva la costituzione di tale gruppo. L’addestramento era tra i più duri con percorsi giornalieri sempre superiori ai 100 km da percorrere a non meno di 15 km/h di media, e questo su una bici che da sola pesava circa 26 kg senza l’armamento.
Per la campagna di Libia, dopo la dichiarazione di guerra alla Turchia del 29 settembre 1911, i bersaglieri vennero dotati di 6000 biciclette a telaio pieghevole. Alcune fonti affermano che queste bici erano già di marca Bianchi, tuttavia esse si ispiravano come geometria e attacco del sistema pieghevole alla bicicletta russa Dux - J. L’esigenza di avere un modello di bicicletta pieghevole e “multiruolo” era però fortissima nelle forze armate italiane ed in particolare nelle forze di élite. Qualche mese prima dell’inizio della campagna di Libia, il Ministero della Guerra indì il concorso per la fornitura di una bici militare pieghevole. Undici le case che parteciperanno alla selezione che, tra le altre prove, prevedeva anche un test di 3000 km di percorrenza su terreni impegnativi. Possiamo dire che questa bicicletta fu l’antesignana della mountain bike, con ammortizzatori all’anteriore e al posteriore, ruote basse per aumentarne la maneggevolezza sui terreni difficili, portapacchi al posteriore, ruota anteriore e posteriore perfettamente uguali munite di mozzi con corone diverse al fine di permetterne l’interscambio e poter contare così su due rapporti differenti.
I Carabinieri e la BSA Airborne
Anche i nostri Carabinieri si doteranno di biciclette a partire dal 1901, quando il Comando Generale dell’arma dà istruzioni affinché tutti gli operativi «siano d’ora innanzi esercitati all’uso della bicicletta» e viene data una congrua dotazione di velocipedi a tutte le stazioni situate nei paesi d’Italia. Parlando di biciclette militari pieghevoli è doveroso citare la BSA Airborne, il modello realizzato inizialmente per i paracadutisti inglesi e americani, ampiamente utilizzato nelle operazioni di guerra sullo scenario europeo anche per missioni dietro le linee durante lo sbarco in Normandia. La linea “senza tempo” di questa bicicletta portò la Trussardi, nota casa di moda italiana, a realizzare negli Anni ’80 una bicicletta da città praticamente identica alla BSA Airborne.
Il Ritorno della Bicicletta nel Mondo Militare Moderno e lo Sport
Da alcuni anni, con l’avvento della mountain bike, le biciclette sono ritornate protagoniste del mondo militare, anche tra i corpi di élite che le impiegano per i movimenti veloci sul terreno. Le atlete e gli atleti dei gruppi sportivi militari rappresentano un’immensa fucina di trionfi e meravigliose imprese per lo sport italiano, sempre più ai vertici a livello mondiale. Questi atleti gareggiano rappresentando l’Italia e il corpo di cui fanno parte, con quest’ultimo che dà loro la possibilità di allenarsi ad alti livelli come altrimenti difficilmente potrebbe verificarsi - e di percepire uno stipendio. Atleti molto preparati e competitivi avrebbero di fatto molte difficoltà ad allenarsi e a competere in discipline mediaticamente e professionalmente meno popolari - gli sport riconosciuti come professionistici in Italia sono soltanto calcio, ciclismo, golf, basket - senza questo tipo di sostegno.
Hanno gradi e stipendi come gli altri colleghi che prestano servizio nelle forze. Gli atleti militari ricevono un addestramento apposito, che comprende anche le attività militari di base, e si allenano per la maggior parte del tempo nei centri sportivi dei loro corpi di appartenenza, anche se è possibile ottenere il permesso di allenarsi in altre strutture. È quello che accade con la ritmica, data la mancanza di centri sportivi che forniscano supporto agli allenamenti che continuano a svolgersi nelle strutture in uso alle società sportive con tutte le carenze del caso. Alla fine della carriera sportiva o in caso di non idoneità, gran parte degli atleti mantiene l’appartenenza al corpo in cui si è allenato.
Il rapporto tra lo sport italiano e i gruppi militari è sempre stato strettissimo; molte discipline olimpiche, nella loro eccellenza agonistica, quasi sopravvivono solamente grazie alle società militari. Esse infatti garantiscono agli atleti uno stipendio, consentendo loro di praticare sport come una professione pur non essendo professionisti. Per molti anni, chi faceva il militare (nel senso del servizio di leva) e voleva contemporaneamente continuare a pedalare doveva entrare nell’Esercito, che dal 1960 ha una sua società sportiva. «Attualmente la squadra è composta da 7 atleti - spiega il Tenente Colonnello Rino Minissale, direttore tecnico del gruppo - per Mtb e ciclocross abbiamo Martina Berta, Eva Lechner, Chiara Teocchi e Gioele Bertolini, per la strada Valentina Scandolara, per la pista Miriam Vece e Giada Capobianchi. Loro, come tutti gli altri che sono passati nel gruppo, prendono un regolare stipendio. E a fine carriera agonistica potranno decidere se rimanere e assumere incarichi d’ufficio oppure lasciare, ma finora è avvenuto solamente una volta, con il ciclocrossista Marco Bianco. Sempre agli anni Sessanta risale l’inizio di attività di un altro gruppo militare, quello del Corpo Forestale, accorpato dal primo gennaio 2017 ai Carabinieri. «Fanno parte del gruppo - afferma il Maresciallo Maggiore Gianluca Macchini, responsabile tecnico del gruppo - Daniele Braidot, Nicholas Pettinà, Filippo Fontana e l’ultimo arrivato Emanuele Huez. Mentre il campione italiano Mtb Luca Braidot ha deciso di lasciare l’Arma congedandosi. «Noi mettiamo a disposizione degli atleti le strutture logistiche e professionali - interviene l’Ispettore Superiore Augusto Onori, direttore sportivo delle Fiamme Azzurre - lavorando a stretto contatto con la Fci e le società civili. Diamo agli atleti la possibilità di esprimersi ai massimi livelli sotto il controllo dei nostri tecnici Carlo Buttarelli e Fabio Masotti, ex ciclisti delle Fiamme Azzurre. «I ciclisti entrano in Polizia Penitenziaria sulla base di un concorso pubblico. Possono parteciparvi se sono atleti d’interesse nazionale certificato dal Coni e dalla Fci. Quando l’attività ciclistica termina, possono entrare in servizio attivo. Finora l’hanno fatto quasi tutti, ma vi è la possibilità in alcuni casi di poter accedere ai quadri tecnici all’interno del G.S. stesso (un’eventualità che ad esempio starebbe prendendo in considerazione Tatiana Guderzo, ndr). «La prima tesserata fu Elisa Longo Borghini - ricorda l’Ispettore Superiore Nicola Assuntore - era giovanissima ma vedevamo in lei tutte le possibilità per raggiungere il podio olimpico, come effettivamente è stato. Le medaglie olimpiche sono da sempre l’obiettivo delle FF.OO. e non per niente i cinque cerchi sono nel nostro stemma. Con lei ora sono l’azzurro di inseguimento Davide Plebani e altre 9 ragazze. Sofia Bertizzolo e Maria Giulia Confalonieri, entrate nello stesso anno di Elisa, poi Elena Pirrone, Alice Maria Arzuffi che ci ha dato nel ciclocross il terzo titolo tricolore che si è aggiunto a quello di strada e crono della Longo Borghini. E ancora le ragazze plurimedagliate agli europei su pista: Elisa Balsamo, Marta Cavalli, Vittoria Guazzini, Rachele Barbieri e Martina Fidanza. L’unica che in questi anni ha smesso è Beatrice Bartelloni che ora è agente di Pubblica Sicurezza a Trieste. Chi entra nel gruppo, per concorso pubblico, svolge infatti un corso come chiunque entri in Polizia. «Come gruppo sportivo lasciamo le ragazze disponibili per l’attività internazionale con altre società. Ai campionati nazionali però gareggiano con la nostra divisa. E anche agli europei su pista le ragazze ad esempio avevano il nostro caschetto. Ogni anno, salvo nel 2020 per il Covid, svogliamo anche un ritiro estivo, tra maggio e giugno, presso le nostre strutture a Moena. Come gruppo sportivo seguiamo molto da vicino le ragazze.
