Cognomi difficilmente pronunciabili e identità italiane nel ciclismo moderno
«Vabbé, togliamoci subito il dente, tanto ogni volta che vengo intervistato si parte subito dal cognome…»
L’esordio di Florian Kajamini nella chiacchierata è scoppiettante tanto quanto il suo modo di correre. Il ventunenne della MBH Bank-Colpack Ballan è tra i giovani che più si sono messi in mostra in questo avvio di stagione e la vittoria nel Trofeo San Vendemiano, corsa che ha un albo d’oro davvero illustre, è l’ultima perla.
Effettivamente il suo nome è particolare e dietro c’è una storia altrettanto particolare e per molti aspetti anche dolorosa: «E’ un cognome mediorientale che devo a mio padre, mentre mia mamma è olandese. Con mio padre - spiega - ho pochissimi e pessimi rapporti, praticamente tutta la mia parte paterna di famiglia mi è sconosciuta, quindi anche le mie radici.
Molto, mi alleno spesso e volentieri nella zona di Apeldoorn, vicino al velodromo. Lì il ciclismo, ma più precisamente l’uso della bici è una religione, tanto è vero che quando mi alleno corro sempre su una strada che è parallela a quella delle auto, non ci si incrocia quasi mai e c’è un rispetto verso i ciclisti enorme.
Sinceramente no, perché per la maggior parte mi sento italiano. Ho già vestito la maglia azzurra il primo anno da junior e nel 2023 alla Corsa della Pace ed è stato per me un onore. Un ragazzo che pratica questo sport da quando aveva 6 anni e che ha fatto tutta la trafila delle varie categorie.
Ho fatto la mia carriera da junior all’Italia Nuova Borgo Panigale, poi lo scorso anno sono arrivato alla Colpack ma nella prima parte di stagione, tra Covid e frattura allo scafoide ho corso poco e senza brillare tanto. Poi nel finale mi sono ripreso con qualche buon piazzamento, ma la vittoria non era arrivata. Devo dire grazie alla mia squadra perché era davvero una prova di primo livello, vista la partecipazione con tanti stranieri, uno su tutti Glivar.
Prima ero conosciuto più per le mie qualità in salita, ma ultimamente sta emergendo anche il mio spunto veloce. Sicuramente, anche in allenamento mi sono concentrato tanto su quello che è il mio forte. Sulla volata ci sto lavorando perché so che si può affinare. Sono migliorato tanto soprattutto con il lavoro in palestra. Ora per il Giro Next Gen lavoreremo anche sulle cronometro, confrontandomi con specialisti. Io credo che possano essere davvero il mio terreno di caccia.
Ho già fatto la Coppi & Bartali e l’Abruzzo finendo sempre nella top 10 dei giovani. Io d’altronde ho buone capacità di recupero, col passare dei giorni vado meglio. A San Vendemiano ho sfruttato la gamba maturata proprio al Giro d’Abruzzo. Preparerò il Giro Next Gen con poche gare e poi andrò in altura. Lo spero, anche se a me piacerebbe tanto che ci fosse un team italiano nella massima serie, che potesse richiamare alcuni dei migliori nomi del Bel Paese. Lo vedo in Olanda, dove la Visma è un riferimento che aiuta tantissimo, noi invece siamo costretti a emigrare. Il percorso dei mondiali è giudicato molto duro. Sarebbe importantissimo per me, è davvero un percorso per scalatori e sarebbe pane per i miei denti.

Radici, scuola e spirito competitivo
Un cognome mediorientale legato a una mamma olandese si intreccia con una identità ancora in divenire. Questa combinazione di origini contribuisce a forgiare la personalità di un atleta che si identifica per lo più come italiano, nonostante le radici lontane. L’allenamento vicino al velodromo di Apeldoorn diventa una religione: una disciplina che traduce in pratica quotidiana la passione per la bicicletta, mettendo al centro il rispetto reciproco tra ciclisti.
La carriera da junior all’Italia Nuova Borgo Panigale, la stagione alla Colpack, e i diversi ostacoli, tra Covid e fratture, hanno plasmato un atleta capace di recuperare rapidamente e di trasformare le difficoltà in motivazione per migliorare in velocità e resistenza. Il lavoro in palestra e l’attenzione crescente alla volata mostrano una crescita costante verso obiettivi di alto livello.
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Il desiderio di un team italiano nella massima serie resta forte: la nostalgia di vedere i propri colori in grande scena è una spinta poderosa. Nel frattempo l’esperienza olandese di contesti come la Visma diventa un riferimento per capire dove guardare e come prepararsi al meglio alle grandi corse su strada. Il programma per il Giro Next Gen, includendo anche le cronometro, sembra disegnare una strategia mirata a far emergere capacità di regia di corsa e sprint finale.
Conclusioni operative per l’analisi del caso
La storia di questo giovane è un esempio di come una radice complessa possa convivere con la volontà di emergere nel ciclismo moderno, sfruttando le opportunità offerte sia dall’Italia sia dai contesti europei vicini. La gestione della carriera tra tappe difficili e successi ancora da definire richiede una visione di lungo respiro e una forte identità sportiva.
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