Motociclette Alpino Bassotto: un tedesco piccolo ma robusto nello stile italiano
Negli anni Cinquanta diverse case hanno cercato strade alternative proponendo modelli con caratteristiche che si distaccavano da quelle delle moto di schema tradizionale. Alcune moto che si distaccavano dai canoni usuali sono però nate semplicemente per proporre all’utenza qualcosa di diverso o per sfruttare al meglio le potenzialità dell’azienda razionalizzando e diversificando la produzione.
Ciò è accaduto alla Iso di Bresso che, visto il buon successo commerciale dell’Isoscooter, presentato nel 1949, ha pensato di derivare direttamente da tale modello una moto, che ha fatto la sua comparsa un anno dopo. In pratica, si trattava di “svestire” uno scooter e di apportare qualche lieve adeguamento.
Si trattava di un 125 a due tempi, del tipo a cilindro sdoppiato, che erogava 6,7 CV a 5200 giri/min; la trasmissione primaria era a catena. Nella parte ciclistica spiccavano le ruote da 12 pollici e il telaio in tubi, diverso da quello impiegato sullo scooter. Questa moto di dimensioni leggermente inferiori a quelle usuali ha avuto una notevole diffusione dovuta all’aspetto gradevole e alle sue ottime caratteristiche, tra le quali spiccavano la robustezza e l’affidabilità.
125 T 14 e T 19: bassotti italiani a Milano 1951
La 125 T 14 è stata un autentico best seller della Alpino. Presentata al Salone di Milano del 1951, aveva un motore a due tempi da 5,5 cavalli e un cambio a tre marce. La Iso non è stata l’unica casa a produrre una moto con ruote di piccolo diametro. Pure l’Alpino lo ha fatto, e con grande successo.
Al Salone di Milano del 1951 questa azienda di Stradella ha presentato due 125 monocilindriche a due tempi che differivano sensibilmente una dall’altra. La T 19 era assolutamente convenzionale, con le sue ruote da 19 pollici (misura che all’epoca dominava la scena) mentre la T 14 era un simpatico “bassotto” azionato dallo stesso motore. Il telaio era completamente diverso e, cosa particolarmente significativa, le ruote erano da 14 pollici. Il motore, dotato di un cilindro in ghisa, aveva un alesaggio di 53,5 mm e una corsa di 55 mm ed erogava 5,5 CV a 5500 giri/min. La trasmissione primaria era a catena e il cambio a tre marce. La T 14 è stata affiancata dalla GT, caratterizzata da finiture migliori, una estetica leggermente diversa e un cambio a quattro rapporti. Nel 1953 su questo modello è apparsa la versione bitubo, con cilindro munito di due condotti di scarico separati.
Bassotti d’importazione e Mustang USA
Fino ai primi anni Cinquanta negli USA hanno avuto una apprezzabile diffusione le moto costruite in California dalla Mustang. Di piccole dimensioni, erano quasi tutte dotate di ruote da 12 pollici. Un’altra moto italiana che gli appassionati, e gli stessi dipendenti della casa costruttrice, avevano soprannominato Bassotto è stata la Parilla 175 Sport, apparsa nel 1953 e successivamente chiamata Sport Competizione. Era dotata di una forcella Earles e aveva la ruota anteriore da 18 pollici e quella posteriore da 17, invece che da 19 come nelle altre versioni della 175 milanese.
In quanto a moto con ruote di piccolo diametro, un posto di grande rilievo spetta a una azienda americana poco nota in Europa, la Mustang, che è stata attiva tra il 1946 e il 1965. Questa casa californiana ha costruito una serie di modelli che sembravano un poco… le moto di Paperino. Le ruote erano sempre di piccolo diametro; quasi sempre venivano impiegate quelle da 12 pollici. Il motore utilizzato nella maggior parte dei modelli era un monocilindrico a valvole laterali di 320 cm3 di fabbricazione propria, che veniva abbinato a un cambio separato Burman. Per diverso tempo le Mustang hanno avuto una buona diffusione.
Bassotti giapponesi e piccole grandi differenze
Per concludere l’argomento “bassotti”, non si può non parlare di quelli prodotti dalle industrie giapponesi, che dei modelli italiani degli anni Cinquanta possono essere considerati (con molta buona volontà) lontani parenti. Non c’è un telaio con un serbatoio montato a cavallo del tubo superiore, ma una vera e propria scocca in lamiera sagomata e saldata, internamente alla quale è ricavato il serbatoio del carburante; il motore è montato a sbalzo. Le Honda Dax, con motori a quattro tempi con distribuzione monoalbero e cilindrate comprese tra 50 e 70 cm3, avevano le ruote da soli 10 pollici; tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta hanno avuto una buona diffusione. La Suzuki RV Van Van, costruita con motori a due tempi di 90 e di 125 cm3, è stata forse ancora più popolare, negli anni Settanta. Nel modello più piccolo il cilindro era disposto orizzontalmente mentre nell’altro era quasi verticale.

Storia e continuità della Alpino
La parte tecnica è confidata sull'ingegno dell'Ing. Piero Trespidi, che già dagli anni 20 produceva prototipi e piccole serie di motociclette. La prima motocicletta esce da 63cc nel 1947, si tratta di una bicicletta con motore ausiliario. Era dotata di trasmisisone finale a catena che le conferiva particolare attitudine sulle stradine collinari da meritare la denominazione Alpino. Sforna svariati modelli con un crescente di soluzioni tecniche e migliorie fino ad arrivare a motori 4 tempi e cilindrate superiori fino a 250cc. Partecipa con soddisfazione a numerose competizioni, con modelli sapientemente preparati, sia in Italia che all'estero.
Tuttavia sul finire degli anni '50, sia per la crisi del settore che investimenti rivelatisi infruttuosi, vive anni difficili fino alla definitiva chiusura del 1962. In alto foto dell'ex stabilimento della Motobili Srl come si presenta oggi. A lato Pietro Trespidi (1897-1979). Impara presto l'arte motoristica tanto da creare una piccola azienda artigianale nel 1926, la Società Anonima Moto Trespidi. Nel dopoguerra è parte attiva alla nascita della Motobici di Stradella per produrre un economico micromotore da applicare alle biciclette di sua invenzione. Tuttavia nel 1951 esce dalla società e fonda una su nuova azienda, produce ancora motoleggere ma col nome Ardito per qualche anno.
Lino Toffolo - Johnny Bassotto
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