La dolce vita di Federico Fellini: colonna sonora, Lam bretta e un viaggio tra mito e mutamento
Reduce dai successi e dai riconoscimenti dei suoi primi sette film, Fellini a trentanove anni, gioca la carta più rischiosa della sua carriera, decide di non raccontare più storie ambientate in un paese appena uscito dalla guerra, ma di osservare il paese nuovo, che sta vivendo il boom e attraversando un’epoca di profonda trasformazione. Lo fa in modo clamoroso, con un film inimitabile - di inusuale lunghezza rispetto ai film italiani del periodo - usando, per la prima volta il cinemascope, scegliendo attori, per lui, tutti nuovi, sbriciolando ogni regola del racconto.
“Dobbiamo fare una scultura picassiana, romperla a pezzi e ricomporla a nostro capriccio” dirà, programmaticamente, a Tullio Pinelli e Ennio Flaiano, i suoi sceneggiatori. Il tentativo è così imponente, innovativo e rischioso che lo adottano e poi lo abbandonano una girandola di produttori, tra i quali due fuoriclasse che già avevano lavorato con lui, Dino De Laurentiis e Goffredo Lombardo. Alla fine sarà un maturo e abile produttore a non avere paura, Giuseppe Amato, con l’appoggio e la forza finanziaria di Angelo Rizzoli. Il primo ciak viene battuto il 16 marzo ’59, l’ultimo in agosto: cinque mesi irripetibili.
Fellini è così abile che trasforma le riprese in un evento mediatizzato. La dolce vita è il primo film che diventa un evento molto prima di essere un film. Il set è frequentato da tutta Roma, che si mette in fila, per vedere come sarà rappresentata. È l’Italia che si appresta a celebrare con le Olimpiadi di Roma un’epoca nuova.
Il film racconta quest’atmosfera, con un cast stellare e una delle protagoniste delle notti romane, Anita Ekberg, Miss Svezia nel 1950, regina delle copertine dei rotocalchi di mezzo mondo. Fellini si propone di realizzare la radiografia della mutazione di un’epoca. Di raccontare la vita così come la rappresentano i nuovi media e, nel costruire il racconto, si appropria, per molti episodi, degli scoop dei fotoreporter.
La dolce vita è programmaticamente una lettura esatta della mediatizzazione dell’Italia, quasi un saggio sulla manipolazione dell’informazione e dell’immagine. È un viaggio attraverso il disgusto. A introdurci in questo mondo nuovo è Marcello Rubini, cronista mondano che scrive per un rotocalco “semifascista” ben inserito in Vaticano e nei luoghi giusti. Forse vorrebbe esserne un testimone, ne è invece un complice.
La faccia leale di Mastroianni ci fa accettare la sua meschina passività, al limite della cialtroneria, e ci illude che, nonostante tutto, la vita possa avere una sua profonda dolcezza. I personaggi del film, pur immersi in un perenne movimento, sono immobili, tranne Steiner, il maestro, predicatore ed enigmatico, che sceglie la morte, per sé e per i suoi figli.
Forse l’unico personaggio positivo del film è proprio Sylvia, con la sua animalesca incoscienza, il suo indifeso candore, che la fa ululare, beata, nella notte. Dell’incontro con Anita Fellini scriverà quel senso di meraviglia, di stupore rapito, di incredulità che si prova davanti alle creature eccezionali come la giraffa, l’elefante, il baobab lo provai anni dopo quando nel giardino dell’Hotel de la Ville la vidi avanzare… Sostengo che la Ekberg, oltretutto, è fosforescente.
Nel film tutto è fosforescente. Tutto luccica, specchi, occhiali, macchine, superfici riflettenti, il ballerino coperto di foglie d’oro. Tutto è prezioso, patinato e fluido, il fantasmagorico e bruciante mondo animato da mille personaggi, la continuità dei movimenti di macchina e di quelli interni alle inquadrature. Via Veneto ricostruita da Piero Gherardi a Cinecittà, identica alla realtà, ma in piano, senza salita!
La fotografia ultradefinita di Otello Martelli, la musica ipnotica di Nino Rota, la ricchezza del doppiaggio, della colonna sonora, con mille voci e una varietà stereofonica di rumori. La forza del film, il genio di Fellini, sta nella sua capacità di stordirci, di sorprenderci, ma anche nel tenerci per mano, nel comunicarci una sensazione confusa e voluttuosa di abbandono, un mood, che vince le asperità del contenuto.
La dolce vita è anche uno sberleffo all’Italia provinciale e conservatrice. Mentre il film sta per uscire, il paese si spacca in due, anatemi dai pulpiti, interpellanze in Parlamento, litigi nelle famiglie, sui giornali campagne stampa furibonde. Alla prima proiezione a Milano sputano addosso a Fellini. Altri esagitati gridano a Marcello, ‘vigliacco, vagabondo, comunista’. Ma l’attesa è talmente alta che Rizzoli e Amato decidono portare, per la prima volta, il prezzo del biglietto a Mille Lire.
La folla, per paura che i prefetti sequestrino il film, sfonda le porte e inonda le sale italiane. Fellini aveva visto giusto, l’Italia voleva vedersi in quello specchio preciso e apparentemente bellissimo che, da grande illusionista, aveva creato. Il finale del film è aperto. Nella faccia angelica di Paolina può starci tutto, la malizia, ma anche il perdono. Su quella spiaggia, lasciandosi alle spalle il mostro marino, Marcello è ebbro di storie che gli sono scorse addosso senza che abbia saputo trattenerle. Fellini invece, che ha trovato in Mastroianni il suo doppio e in Cinecittà una casa, sta per liberarsi di tutto questo fardello; il vero racconto, quello dei suoi sogni, sta per iniziare.
Restaurato presso L’Immagine Ritrovata in associazione con The Film Foundation, Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale, Pathé, Fondation Jérôme Seydoux-Pathé, Medusa, Paramount Pictures e Cinecittà Luce.
I temi espressi nel film La Dolce Vita sono numerosi. Il protagonista è stanco e insoddisfatto di inseguire una vita che non gli appartiene. Fellini diceva: “Mi interessava ritrarre un uomo in quanto cosa vivente tra cose viventi, o cosa morente tra cose viventi.” Molti film hanno riferimenti o si sono ispirati a La dolce vita.
Nel film di Ettore Scola C’eravamo tanto amati, viene ricostruita la scena della Fontana di Trevi con Fellini e Mastroianni nel ruolo di se stessi. Fu compositore di tanti capolavori, tesori della musica, e li produsse per circa trenta anni. È l’intero ritratto dell’Italia eterna. Autore prolifico di musica “colta”, oltre a sinfonie, concerti, scrisse anche undici opere liriche. Federico voleva una musica "sgangherata" come le visioni dei suoi film.
Nino Rota e Fellini si conobbero agli inizi degli anni ’40 e forgiarono un sodalizio creativo senza pari. “Il collaboratore più prezioso di tutti, posso rispondere senza riflettere, era Nino Rota”, confessava Fellini. “Tra noi c’è stata un’intesa piena, totale, fin da Lo sceicco bianco.” Rota rispondeva: “Non ho mai capito che cosa successe nei film di Federico. Se non quando il film era finito.”
Il dialogo tra cinema e musica fu un magnetismo che sfiorava il paranormale. La musica di Rota accompagnò i film di Fellini in modo unico, con una vena tematica fluida e travolgente. In particolare, Amarcord rimane uno dei vertici della loro collaborazione, con una matrice nostalgica eppure vibrante.
La dolce vita resta un fenomeno culturale globale, capace di influenzare la percezione dell’Italia e del cinema stesso. Le riprese terminarono nell’agosto 1959; il doppiaggio italiano fu eseguito dalla C.I.D. Dopo quindici giorni di proiezione, il film aveva già coperto le spese del produttore, e gli incassi raggiunsero cifre enormi. IMDb riporta un incasso negli Stati Uniti di oltre 19 milioni di dollari e altri guadagni da noleggio.
La pellicola suscitò reazioni diverse anche all’interno della critica italiana: Pasolini e Calvino ne discussero come opera ideologica e contemporaneamente universale, mentre la stampa cattolica offrì interpretazioni variegate. Il film portò alla luce una nuova forma di cinema, capace di mescolare satira, eleganza e una meditazione profonda sulla modernità.

