Gino Bartali: eroe in bicicletta e uomo d’azione
Gino Bartali fu uno dei ciclisti professionisti piu amati in Italia. Bartali vinse il Tour de France nel 1938 e nel 1948 e le sue leggendarie scalate sulle Alpi e i Pirenei gli valsero il soprannome di Gigante delle Montagne.
Bartali nacque a Ponte a Ema, un piccolo paese a sud di Firenze, il 18 luglio 1914. Suo padre, Torello Bartali, si guadagnava il pane lavorando a giornata, mentre sua madre aiutava a mantenere la famiglia lavorando nei campi e ricamando. Gino aveva due sorelle più grandi, Anita e Natalina, e un fratello minore, Giulio, che come lui aveva la passione per le corse in bicicletta. All’età di undici anni, Gino fu costretto procurarsi un mezzo di trasporto per poter frequentare la scuola media, perché la più vicina si trovava a Firenze. Usando in parte i suoi guadagni e in parte con l’aiuto di suo padre e delle sue sorelle, Gino riuscì ad acquistare la sua prima bicicletta. Fu così che, pedalando sulle colline toscane, Bartali cominciò a sviluppare e poi raffinare le sue doti di ciclista e di corridore.
Bartali diventò un corridore professionista nel 1935 e vinse il suo primo Giro d’Italia l’anno successivo, il 1936. Per accrescere la reputazione del ciclismo italiano all’estero, la Federazione Ciclistica Italiana lo costrinse a gareggiare nel Tour de France del 1938, nonostante Bartali non si sentisse pronto. Bartali vinse il Tour de France, ma non avendo nessuna simpatia per il regime, non dedicò la vittoria al Duce, come sarebbe stato d’obbligo. Il 1938 aveva anche portato un cambiamento molto importante nella vita degli Ebrei italiani: il Gran Consiglio del Fascismo aveva infatti approvato le cosiddette Leggi Razziali, che si ispiravano alle Leggi di Norimberga varate in Germania. Le Leggi Razziali escludevano quasi totalmente gli Ebrei dalla vita pubblica italiana e, più tardi, sarebbero state usate per facilitare le deportazioni nei campi di concentramento.
Il 10 giugno 1940, l’Italia dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. In ottobre, Bartali fu richiamato nell’esercito. A causa di un’aritmia cardiaca, gli fu affidato il ruolo di staffetta, compito per il quale gli fu permesso di continuare a usare la sua bicicletta. L’estate del 1943 fu di cruciale importanza per l’Italia. In luglio, Benito Mussolini venne deposto e arrestato. In settembre, il nuovo governo firmò l’armistizio con gli Alleati e, di conseguenza, la Gerrmania invase le regioni del nord, inclusa la Toscana. Sempre nel settembre del 1943, il Cardinale Elia Dalla Costa chiese a Bartali di incontrarlo. Dalla Costa aiutava da tempo in segreto gli Ebrei che avevano cercato rifugio in Italia dalle altre nazioni Europee. I profughi avevano soprattutto bisogno di documenti falsi. Dalla Costa rivelò a Bartali il suo piano: con la scusa dei suoi lunghi allenamenti in bicicletta, Bartali avrebbe potuto portare documenti contraffatti, e le foto necessarie a completarli, nel telaio della sua bicicletta.
Nonostante gli evidenti rischi, Bartali accettò. Per tutto l’anno successivo egli percorse centinaia di chilometri con la sua bicicletta, nascondendo nel telaio documenti di vitale importanza. In alcune occasioni Bartali venne accompagnato dai suoi compagni d’allenamento, i quali però non sapevano nulla dello scopo segreto dei suoi viaggi. Quando venivano fermati a qualche posto di blocco, Bartali teneva occupate le guardie chiacchierando di ciclismo. Per pura coincidenza, poco dopo aver cominciato la sua collaborazione con la Resistenza, a Bartali fu chiesto di nascondere una famiglia di Ebrei che egli conosceva molto bene. Nel frattempo, però, a causa delle condizioni difficili create dalla guerra, le corse ciclistiche professionistiche erano state cancellate. Di conseguenza, la copertura di Bartali divenne meno credibile e, nel luglio del 1944, Bartali fu condotto come sospetto a Villa Triste, a Firenze, il luogo dove i Fascisti imprigionavano e torturavano i loro oppositori. L’11 agosto 1944 Firenze venne liberata. Il conflitto e l’impegno nella Resistenza avevano indebolito Bartali che dovette lottare per ritornare ad essere il campione di prima della guerra. Per molti anni, dopo la fine della Guerra, Bartali non parlò con nessuno del ruolo avuto nel salvataggio di centinaia di persone. Egli condivise solo pochi dettagli con il figlio Andrea. Fu solo dopo la sua morte che il suo contributo venne alla luce.
1933-1935 S.S. Aquila Ponte a Ema 1935 Fréjus 1936-1943 Legnano 1945 S.S. Professionista dal 1934 al 1954, soprannominato Ginettaccio per via del suo carattere impulsivo e polemico, L'uomo di ferro per un'eccezionale resistenza fisica che lo rendeva pressoché imbattibile in condizioni meteorologiche proibitive, Gino il pio per la sua profonda fede religiosa, vinse tre Giri d'Italia, di cui due consecutivi, (1936, 1937, 1946) e due Tour de France (1938, 1948), oltre a numerose altre corse tra gli anni 1930 e anni 1950, tra le quali spiccano due Giri di Svizzera consecutivi, quattro Milano-Sanremo, tre Giri di Lombardia e un Giro di Romandia. È considerato tra i più forti scalatori e tra i più grandi corridori di corse a tappe di tutta la storia del ciclismo, ma fu anche formidabile passista ed era dotato di un maligno spunto in volata, micidiale in arrivi ristretti: caratteristiche, queste, che lo portarono a eccellere anche nelle corse di un giorno facendone un atleta pressoché completo (il suo unico limite era una scarsa attitudine per le prove contro il tempo) e complessivamente uno dei più grandi corridori italiani e mondiali di sempre. In particolare la sua vittoria al Tour de France 1948, a detta di molti, contribuì ad allentare il clima di tensione sociale in Italia dopo l'attentato a Palmiro Togliatti. Terzo dei quattro figli di Torello Bartali (1885-1975), sterratore e scalpellino, e Giulia Sizzi, domestica,[3], Gino Bartali nacque a Ponte a Ema (in quel periodo frazione di Bagno a Ripoli e divenuta in seguito territorio comunale di Firenze)[4] ed esordì come ciclista dilettante nei primi anni 1930 con la Società Sportiva "Aquila" di Ponte a Ema. Nel 1934 vinse la quinta edizione della Coppa Bologna, valida come terza prova del Campionato toscano dilettanti, e con questa vittoria si laureò campione di Toscana;[5] fece sua anche, in Veneto, la Bassano-Monte Grappa per scalatori.[6] Nel 1935 si sentì pronto al passaggio al professionismo, ma si iscrisse alla Milano-Sanremo come indipendente. Incredibilmente si trovò in testa dopo avere staccato Learco Guerra, ma, sia a causa di un guasto meccanico sia a seguito del disturbo creato dal direttore de La Gazzetta dello Sport Emilio Colombo[7], venne ripreso e arrivò quarto in volata. Venne quindi ingaggiato dalla squadra torinese Fréjus, con la quale corse il suo primo Giro d'Italia, finendo settimo con una vittoria di tappa. Nel 1936 passò alla Legnano, diretta da Eberardo Pavesi e capitanata da Learco Guerra, il quale, intuite le qualità del nuovo arrivato, si mise al suo servizio come gregario per permettergli il successo alla "Corsa rosa" di quell'anno, successo che arrivò in modo trionfale per il toscano, con tre vittorie di tappa. Pochi giorni dopo Bartali pensò seriamente di abbandonare la carriera in seguito alla morte del fratello minore Giulio, avvenuta a causa di un incidente in una gara di dilettanti. Nel 1937, ormai capitano della Legnano e numero uno del ciclismo italiano, vinse il suo secondo Giro d'Italia e fu designato come capitano della Nazionale per tentare la conquista del Tour de France, vinto solo due volte da un italiano, Ottavio Bottecchia, nel 1924 e nel 1925. Mentre era in maglia gialla, una brutta caduta nel torrente Colau durante la tappa Grenoble-Briançon, con conseguenti ferite alle costole, e una grave bronchite lo costrinsero però al ribaltamento. Tra settembre e ottobre si aggiudicò quindi il Giro del Lazio, valido come Campionato italiano in prova unica, e il Giro del Piemonte. Sempre nel 1937 divenne terziario carmelitano con il nome di Fra Tarcisio di S. Nel 1938 fu spinto dal regime fascista a saltare il Giro d'Italia per preparare il Tour de France, nel quale trionfò, aggiudicandosi anche due vittorie di tappa, e alla cui premiazione rifiutò di rispondere con il saluto romano. L'anno dopo riuscì finalmente a vincere la Milano-Sanremo, ma, malgrado quattro vittorie di tappa, perse il Giro d'Italia a favore di Giovanni Valetti. Nel 1940 Bartali conquistò il successo alla Milano-Sanremo e si preparò per cercare di vincere il suo terzo Giro d'Italia. Nella squadra della Legnano era arrivato un promettente ragazzo alessandrino di nome Fausto Coppi, voluto da Bartali stesso come gregario. Durante la seconda tappa, la Torino-Genova, attardato da una foratura, Bartali cadde e si fece male a causa di un cane che gli tagliò la strada nei pressi di Boasi proprio mentre si stava ricongiungendo alla testa della corsa. Pavesi, direttore del team, decise allora di puntare su Coppi, che era il meglio piazzato in classifica. All'arrivo della tappa Bartali fece i complimenti a Coppi e si mise al suo servizio, come aveva fatto Guerra con lo stesso Bartali nel 1936. Proprio su una salita sulle Alpi, Bartali era davanti di poche decine di metri a Coppi, che era alle prese con la classica "cotta" e forti dolori alle gambe. Fausto stava per scendere dalla bici con l'intenzione di lasciare la corsa. Bartali se ne accorse, tornò indietro, e ricordandogli i sacrifici fatti, riuscì a farlo risalire in bicicletta urlandogli: «Coppi, sei un acquaiolo! Ricordatelo! Solo un acquaiolo!». Bartali intendeva dire che chi non si impegna fino allo spasimo non è un vero ciclista, ma soltanto un acquaiolo, cioè un portatore d'acqua, un gregario, non un campione. Coppi alla fine vinse il Giro. La corsa, già disertata dagli stranieri, si chiuse il giorno prima dell'entrata in guerra dell'Italia. A fine stagione Bartali si aggiudicò il suo secondo Giro di Lombardia consecutivo, terzo assoluto. Il Giro d'Italia 1940 fu l'ultima edizione della "Corsa rosa" prima della guerra: nel 1941 non venne, infatti, organizzato. Ripresa la carriera nel 1945 con i colori della S.S. Tempora di Bettolle, Bartali, ormai trentunenne, era dato per "finito"; nel frattempo Fausto Coppi, di cinque anni più giovane, era considerato l'astro nascente, benché la prigionia in tempo di guerra gli avesse reso difficile la ripresa dell'attività.
Nella ripresa degli anni successivi, Bartali conquistò il terzo Giro d'Italia nel 1946, superando Coppi che terminò alle sue spalle di pochi secondi. Seguì la vittoria al Giro di Svizzera, quattro tappe, e il Premio della montagna. Nel 1947 vinse la Milano-Sanremo e perse il Giro d'Italia per 1'43" a favore di Coppi, ma vinse comunque il Giro di Svizzera. La prima parte del 1948 vide Bartali lontanissimo da Coppi, ma al Tour de France, nonostante una squadra modesta ed età non giovanissima, divenne capitano e compì una leggendaria fuga sulle Alpi per vincere Cannes-Briançon, attraversando Colle d'Allos, Colle di Vars e Colle dell'Izoard. Secondo molti l’impresa di Bartali aiutò a distogliere l’attenzione dall’attentato a Palmiro Togliatti.
Nel 1949 Bartali lasciò Legnano per fondare la sua squadra Bartali. Nei primi anni ‘50 vinse Milano-Sanremo sotto la pioggia battente e il Giro di Toscana, e cominciò a riaffermarsi nel profesionista. Al Tour de France successivo, Bartali decise di ritirarsi insieme alla squadra a causa dell’aggressione subita dai tifosi francesi sul Col d’Aspin. Quarto nei Tour de France del 1951, vinto da Koblet, e del 1952, dove aiutò Coppi a vincere, conquistò a 38 anni il suo ultimo grande titolo, il campionato italiano a punti. Nel 1959 intraprese la carriera di dirigente fondando la squadra San Pellegrino Sport, con Fausto Coppi tra i suoi talenti.
Morto nel 2000 all’età di 85 anni, Bartali è ricordato anche per il legame tra sport e resistenza: secondo alcune fonti, trasportò documenti falsi per aiutare gli ebrei durante l’occupazione tedesca. Il suo nome compare nel Giardino dei Giusti del Mondo, ed è stato celebrato in opere teatrali e studi storici che ne hanno evidenziato la complessa figura di atleta e uomo di solidarietà. La sua frase “Il bene si fa, ma non si dice” riassume la sua etica personale e pubblica.
- Inizio professionismo e prime vittorie in Italia.
- Partecipazione al Tour de France e impatto politico del 1938.
- Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale e operato di documenti falsi.
- Rinascita sportiva postbellica e imprese al Tour e al Giro d’Italia.
- Eredità sportiva e riconoscimenti storici e umanitari.

