Ciclisti nello spazio: tra record, tecnologia e sicurezza stradale
Stamattina sono stato al Cinemino di Milano a vedere l’anteprima di “Moser, scacco al tempo, il film di Nello Correale sull’incredibile, doppio, record dell’ora stabilito da Francesco Moser a Città del Messico nel 1984. Un record dell’ora, quello di Moser, frutto di un minuzioso, quasi maniacale lavoro di équipe. Un processo, da questo punto di vista, assolutamente pionieristico e avanti anni luce: nessun atleta italiano, ma probabilmente nessun atleta al mondo, era mai stato seguito così. Eppure quel ciclista venuto da Palù di Giovo, in Trentino, quel Moser che aveva già vinto 3 Parigi-Roubaix (unico italiano nella storia a riuscirci) da molti veniva ormai dato per finito. Aveva quasi 33 anni, tanti per uno sportivo, pareva sul viale del tramonto. E invece proprio in quell’anno magico, il 1984, Francesco stravinse.
Demolì il record dell’ora che apparteneva a niente popo’ di meno che al ciclista più forte di tutti i tempi, il “Cannibale” Eddy Merckx, stabilito 11 anni prima. Non solo, ma nello spazio di qualche mese, lo “Sceriffo” (così era soprannominato) vinse anche un incredibile Giro d’Italia (ai danni di Laurent Fignon, altro mio eroe personale). Un finale di carriera memorabile, forse unico nel suo genere. Tutto questo nel film di Nello Correale viene spiegato con il tono di un magnifico racconto popolare e intimista allo stesso tempo, che culmina con il record dell’ora di Città del Messico. Un film appunto, non un semplice documentario sportivo: ovvero narrazione pura, “trovando il giusto punto di distanza tra autore e protagonisita”, come spiega il regista a fine proiezione. E come, credo, dovrebbe essere sempre nel racconto sportivo.
Macchina da presa e tastiera si incontrano: descrivi il tuo personaggio trovando la giusta chiave affettiva. Questo è ciò che cerco di fare anche io nei miei libri. Occorre mischiare sentimenti e vittorie, vita sportiva e vita privata fino a trovare il “Blend” giusto, come direbbero gli inglesi. “È poco drammaturgico Moser - mi spiega Nello dopo la proiezione, mentre chiacchieriamo - non si è mai fatto male, non ha mai avuto infortuni seri, niente lutti in famiglia, niente o quasi di storto. All’inizio mi sentivo spiazzato, per un narratore è dura raccontare chi non ha avuto contrattempi, chi non ha mai “perso” per davvero”. Eppure poi, prosegue “ti accorgi che il carattere di Francesco Moser è proprio quello lì. Uno che “vince”. La sua è una storia che è in continuo crescendo, e che culmina proprio nel finale”.
Ecco allora sullo schermo d’essai del Cinemino di Milano scorrono le immagini di Moser da giovane, dei primi giri in pista, da adolescente al Velodromo Vigorelli di Milano con la scuola “Fausto Coppi”. E poi quelle della prima gara da “pro”, nel 1969, stesso giorno dell’allunaggio (ma lui si ricorda solo che a Palù di Giovo, il suo paese, c’era una festa locale). E poi il primo Mondiale, il pavé dell’Inferno del Nord, la rivalità storica con Beppe Saronni: memorabile una litigata in diretta tra i due (Giro 1979) su chi doveva tirare e chi no. Un battibecco meraviglioso, che il film di Correale mostra nelle sue fasi salienti e che probabilmente non rivedremo mai più.
Ma tornando al record dell’ora del 1984 (l’apice del film), una cosa mi ha colpito particolarmente: la cura, quasi ossessiva, per i particolari nella preparazione di Moser. Quasi quello fosse un esperimento e non un atleta, e in parte lo era. Fondamentale fu allora trovare un partner all’avanguardia assoluta capace di fasi carico, con la sua esperienza nella ricerca e nella nutrizione, dell’impresa. Fu il caso felice dell’Equipe scientifica Enervit. Un unicum nel suo genere. Nel film “Moser, scacco al tempo” vengono mostrati tutti i dettagli di quell’incredibile lavoro di squadra: dallo studio della preparazione (il record venne stabilito in altura, a 2000 metri di quota) all’alimentazione, persino al casco e alla celeberrima tutina aerodinamica. Anche qui avanguardia assoluta. Per tacere della bicicletta, delle ruote lenticolari: con la posteriore di diametro maggiore dell’anteriore. Praticamente Moser era un astronauta tutt’uno con la sua astronave. Il lavoro di squadra avrebbe mandato in orbita il 19 gennaio del 1984 uno shuttle avveniristico, non un semplice ciclista.
l’Équipe Enervit era chiaramente qualcosa di mai visto prima nello sport: una autentica squadra costituita da scienziati, medici, dietologi, nutrizionisti, fisiologi, traumatologi, biochimici e infine ricercatori provenienti dalle più prestigiose Università del mondo. Elettrocardiogrammi, encefalogrammi, analisi, test. Francesco era un laboratorio a cielo aperto, un luogo di sperimentazione permanente, fino all’ultimo istante. Anzi, forse, fino al sessantesimo battito di quell’orologio in quella incredibile, doppia, cavalcata vincente di Città del Messico: Moser battè infatti, alcuni giorni dopo, il suo stesso record, stabilito inizialmente il 19 gennaio (in anticipo sulla data programmata che doveva essere il 23), seppure di pochissimi centesimi di secondo. Lo fece, si disse, anche per i suoi tifosi: giunti lì per il giorno stabilito.
Per rendere omaggio a quell’impresa leggendaria (e invogliarvi ad andare a vedere questo film che verrà presentato, come detto, al Trento Film Festival mercoledì 2 maggio), vi lascio un estratto dal mio libro “Il carattere del ciclista” (Utet 2016), recentemente tradotto anche in Olanda (Xander) e in Germania (Piper). Ecco a voi “Il generoso Francesco Moser” (autore, assieme al nipote Moreno, anche della prefazione al mio primo “Ma chi te lo fa fare?”).
Messico. La bicicletta! Maledizione, non è ancora arrivata. Hanno fatto pasticci a Linate con i bagagli, c’era da scommetterci. Come se non bastasse, poi, la pista è ancora tutta un cantiere. Dovevano ricoprirla di resina entro Natale, e invece ora pare che un tecnico abbia mollato il lavoro a metà e se ne sia tornato in Italia a passare le feste con la famiglia. Che strane pretese. La resina, prodotta da un’azienda di Bergamo, l’avete scelta tu e il tuo entourage. Ci sono stati vari consulti e anche una prova in bicicletta nel cortile dell’azienda, perché va bene fidarsi, ma poi, su quella resina, ci devi pedalare tu. Test superato a pieni voti: il materiale è scorrevole, liscio come l’olio ma mai scivoloso. La soluzione ideale per ovviare ai problemi dovuti alle numerose buche e irregolarità della pista del Centro Deportivo Olímpico Mexicano. Quella su cui dovrai correre. Un anello in cemento lungo esattamente 333,333 metri. Contrariamente a quanto pensato inizialmente, infatti, avete dovuto rinunciare al legno del Velodromo Olimpico. Era in condizioni tragiche: le tessere squamate, malridotte, in alcuni punti persino distanti tra loro di alcuni centimetri. Troppo, ci si poteva rompere l’osso del collo. Peccato, il legno avrebbe dato al record un sapore affascinante. 19 gennaio 1984, primo tentativo. O, meglio, oggi dovrebbe essere la giornata delle “prove generali”, il vero appuntamento col record dell’ora è per lunedì 23, quando arriveranno i tifosi dall’Italia. Oggi dovresti limitarti a battere i primati intermedi: quello dei cinque chilometri, dei dieci e poi, eventualmente, dei venti. Se te la senti. Tu invece, ovviamente, hai tutta un’altra idea in testa. Quella di regalare. Quella di essere generoso e tentare subito l’ora. Altrimenti che gusto ci sarebbe?
Adesso la narrazione si espande oltre le curve di leggenda: la passione per la velocità, la cura maniacale dei dettagli, l’interesse per l’innovazione tecnologica nello sport. In Gran Bretagna, invece, un tema diverso scala la scena: due ciclisti investiti da un’auto nelle strade dell’Inghilterra nello spazio di 24 ore non sono una notizia, ma se i soggetti sono Bradly Wiggins e Shane Sutton, la notizia diventa immediatamente internazionale. Le condizioni della strada, la sicurezza dei ciclisti, e la campagna per piste ciclabili e norme più severe tornano di attualità, mettendo in discussione l’ecosistema sportivo e urbano contemporaneo. Secondo cifre pubblicate dalla stampa inglese, 119 persone sono morte nel 2011 in tutto il Regno Unito perché investite mentre andavano in bicicletta, e il numero degli incidenti gravi è aumentato negli ultimi anni. Vari organizzazioni di cicloamatori affermano che la situazione è peggiore in Gran Bretagna che nel resto d’Europa, evidenziando una tensione tra pratica sportiva e sicurezza pubblica.
Negli scenari della tecnologia, l’eco spaziale continua a esercitare la sua influenza: gli pneumatici a memoria di forma della NASA pensati per Marte si dicono quasi pronti a entrare nel mercato di consumo. La società The SMART Tire Company sta sviluppando, in collaborazione con la NASA, uno pneumatico per biciclette elastico come la gomma ma forte come il titanio, a memoria di forma e senza aria. Al di là del nuovo nome comune da trovare per questo inedito tipo di ruota, il nome commerciale è METL. Deriva dagli pneumatici senza aria in lega a memoria di forma (SMA, Shape Memory Alloy) sviluppati dalla NASA per le missioni marziane. Le biciclette non sono l’unico punto di arrivo degli pneumatici SMA. Una tecnologia spaziale che ricade sul mercato di consumo è ormai una conseguenza nota per chi è in grado di ragionare su uno dei motivi che spingono l’uomo nello spazio. Per citarne solo uno, il sensore d’immagine CMOS APS (Active-Pixel Sensor) è figlio di questi limiti. Il trasferimento delle tecnologie spaziali al mercato di consumo è da tempo gestito dalla NASA attraverso il NASA Technology Transfer Program.

